L'Italia Mensile

SIETE PRONTI A STRINGERE UN PATTO CON IL DIAVOLO PER SALVARE L’UMANITÀ?

Giorgio Bianchi

Fino a prima della pandemia si era costituito spontaneamente un fronte abbastanza ampio e trasversale, in continua crescita, che si batteva con fermezza contro la narrazione imperialista e neocoloniale delle guerre per l’esportazione dei diritti umani e della democrazia.

Si trattava di un esempio virtuoso di come la cosiddetta controinformazione potesse essere efficace nel combattere le manipolazioni e la propaganda del mainstream.

Ex Jugoslavia, Iraq, Libia, Siria, Ucraina, o più in generale i fenomeni delle rivoluzioni colorate e delle primavere arabe, erano contesti apparentemente differenti che erano stati tutti ricondotti all’interno di un quadro sistemico secondo il quale, a seguito della caduta dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti avevano ripreso la politica di espansione militare, avendo cura di ammantarla preventivamente di diritto-umanismo, per farla meglio digerire all’opinione pubblica.

Tutti i componenti del fronte anti-imperialista erano assolutamente concordi riguardo alla necessità di gettare nella pattumiera della Storia le menzogne diffuse a reti unificate, da capi di Stato e media da riporto, sul “dovere morale” da parte dell’Occidente di “democratizzare” a suon di bombe i cosiddetti paesi non allineati.

Con l’avvento della pandemia questo fronte si dissolto come neve al sole.

Una buona fetta dei nostri compagni di strada ad un certo punto ha ceduto alla propaganda di regime ed è caduto vittima dei medesimi meccanismi che denunciava fino a poco tempo prima: hanno cominciato a screditare acriticamente le nostre tesi utilizzando lo stesso linguaggio e gli stessi argomenti di quelli che criticavano le nostre posizioni anti-imperialiste.

Nel volgere di pochi mesi si sono trasformati in potenti ripetitori della campagna terrorista dei media di regime e di quella moralista dei vari Fazio, Mentana, Scanzi, Lucarelli, Parenzo, Saviano, insomma di tutti quei soggetti che avevano giudicato essere, fino a poco tempo prima, agenti della propaganda imperialista.

Mi sono interrogato a lungo sulle ragioni di questo crollo improvviso e l’unica conclusione alla quale sono giunto è che quel fronte fosse attraversato da una linea di frattura invisibile che si è manifestata non appena la propaganda è stata ricalibrata per le nuove necessità.

Oggi stiamo assistendo alla formazione di un nuovo fronte, almeno in apparenza compatto riguardo alle priorità e alla consapevolezza di chi sia il nemico.

Tuttavia il mio sospetto è che anche questa area di dissenso stia nascendo con un vizio di fondo che presto o tardi determinerà una nuova frattura e ulteriori dolorose lacerazioni.

La rima invisibile che attraversa questa compagine riguarda i cambiamenti climatici.

Già in Toscana avevo notato che non appena si è affrontato il tema era scattato un riflesso pavloviano di rifiuto rispetto all’approccio eterodosso della questione.

Critiche di segno uguale a quelle che vengono mosse nei confronti delle nostre posizioni sulla pandemia, erano state rivolte al relatore non appena ha iniziato la sua trattazione dell’argomento.

L’ipotesi dei cambiamenti climatici come fenomeno di origine antropica che può essere arrestato attraverso radicali correttivi delle politiche socioeconomiche, è un totem ancora più sacro della pandemia, soprattutto per le nuove generazioni.

Per questo motivo sono oramai certo che non appena si passerà dalle politiche emergenziali dovute alla pandemia a quelle per il clima, accadrà più o meno quello che è successo con il fronte contrario alle cosiddette “guerre umanitarie”, ovvero ci sarà una nuova dolorosa frattura che ridurrà ulteriormente la compagine del dissenso.

Il meccanismo dovrebbe essere ormai chiaro a tutti: le élite stanno spostando l’asse del conflitto sociale dalla posizione verticale a quella orizzontale.
Ci stiamo avviando verso un mondo nel quale le masse non combattono più contro il vertice della piramide per ribaltare i rapporti di forza, ma si alleano con esso nell’illusione di poter sfruttare la sua capacità tecnologico-organizzativa-repressiva per combattere presunte emergenze che gli vengono presentate come prioritarie rispetto al conflitto di classe.

Per rendere più solida ed efficace questa alleanza, il potere di volta in volta individua dei finti bersagli, che vengono utilizzati come valvola di sfogo per abbassare la pressione dovuta all’accumulo di odio e frustrazione per gli inutili sacrifici e per il mancato raggiungimento di obiettivi teorici, volutamente irraggiungibili.

Nel prossimo futuro, con la scusa della lotta al cambiamento climatico, verranno imposte delle norme che aumenteranno i costi e di conseguenza abbasseranno considerevolmente il tenore di vita delle famiglie (di quelle a medio e basso reddito, per i ricchi non cambierà assolutamente nulla); parallelamente verranno imposti dei limiti pensati appositamente per penalizzare le piccole e medie imprese rispetto alle compagnie multinazionali.

Sempre più potere verrà accentrato in poche mani, sempre più risorse verranno drenate dal basso verso l’alto.

Anche in questa circostanza, come per la pandemia, la crisi e il conseguente impoverimento delle masse non saranno dovuti a presunte cause naturali, ma alle politiche scellerate messe in campo dai burattini eterodiretti dalle centrali di potere.

Infatti, a dispetto delle politiche di impoverimento imposte alle popolazioni, i diversi apparati militari, in particolar modo quello del cosiddetto “Occidente allargato”, continueranno a crescere a dismisura; anzi, è probabile che molte imprese saranno riconvertite verso l’industria bellica e del controllo di massa.

Secondo alcune stime gli Stati Uniti spendono per la loro macchina bellica più dei quindici paesi più armati del pianeta.
Finché non verranno imposti dei limiti all’ipertrofia dell’apparato militare imperialista (e al suo utilizzo sui campi di battaglia e durante le esercitazioni), qualsiasi richiesta di sacrificio rivolta alle popolazioni e alle imprese deve essere a buon diritto ritenuta pretestuosa e ipocrita.

Per illustrare con un esempio concreto in quali mani siamo finiti e quale sarà il tenore della narrazione nei prossimi anni, riporto qui di seguito le parole farneticanti del cosiddetto “ministro della Transizione ecologica” Roberto Cingolani. Al confronto, la narrazione terroristica sulla pandemia vi sembrerà una favoletta per bambini.

“Al 2090 ci saranno problemi di estinzione con l’aumento della temperatura media globale fra 4-5 gradi in assenza di azioni per ridurre emissioni; se l’aumento è di 2 gradi ci saranno danni, eventi climatici estremi ma non pone criticità per la razza umana, sarà un disastro ma gestibile con azioni decise per ridurre le emissioni”
Illustrando con alcune slide le ragioni della Transizione ecologica, della necessità di ridurre l’anidride carbonica nell’atmosfera, quindi le cause e gli effetti dell’aumento di gas serra in atmosfera con riferimenti alle recenti alluvioni in Germania e agi incendi in Sardegna, il ministro Cingolani ha osservato che é necessaria una “maratona di 30 anni di tutti i Paesi” per azzerare il carbonio in atmosfera ed evitare il peggio.

Occorre “adesso un chiaro patto con gli italiani” sul fatto che le future scelte dovranno appoggiare queste strategie, questa programmazione” di cui le future generazioni dovranno prendere il testimone fino al 2050. “Non possiamo sbagliare un anno”, ha avvertito il ministro.
“Con sensori, satelliti, algoritmi di Intelligenza artificiale sofisticati dobbiamo fare prevenzione altrimenti questa roba (gli eventi estremi provocati dai cambiamenti climatici) non la fermiamo.

Dobbiamo monitorare ogni centimetro quadrato del pianeta” ha detto ancora il ministro.

Il progetto è chiaro: il potere ci sta tendendo la mano per salvare il pianeta. Per quale motivo non dovremmo credergli ?
Del resto ci stanno salvando dalla pandemia e dalla tirannide di Putin.

O no?

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