Per Organizzarci (seconda parte)

Liberalismo come legittimazione ideologica del capitalismo

Il liberalismo è l’ideologia legittimatrice dell’ordine proprietario conflittuale. Alla base di tale ideologia vi è un’utopia contraddittoria di falsa emancipazione umana fondata su una presunta libertà assoluta slegata dal contesto. Il pervadente senso di libertà dal prossimo e dalla comunità conducono alla ricerca spasmodica dell’espansione di se stessi, che, a sua volta, conduce al progressivo allontanamento dalla comunità, all’inesorabile frantumarsi dell’unità e alla relativizzazione dell’uomo, cui viene negata l’innata volontà comunitaria in nome di una libertà avulsa dal reale.

di Maurizio Neri

Il liberalismo ideologico, fatto proprio dalla totalità delle forza politiche massificate, esprime due volti: l’uno, quello culturale, che predica l’ideologia del libero mercato e della libertà individuale, le cui conseguenze sono la diffusione di un modello di pensiero individualistico incentrato sulla persona come soggetto consumatore portatore di pure istanze particolaristiche slegate dalla comunità; l’altro, quello strutturale, ben nascosto dietro i deliri ideologici predicati, consiste nell’essere arma di distruzione della regolazione, del settore pubblico, del residuo legislativo a protezione dei mestieri e del lavoro. Arma di penetrazione del grande capitale all’interno delle aree del mondo ancora protette.

Il liberalismo rappresenta allora il profilo ideologico, non a caso ormai unidimensionale e pervasivo, di applicazione della sete capitalistica di scardinamento definitivo del non mercificato. La libera concorrenza, oltre ad essere aberrazione ideologica produttrice dell’uomo competitivo contemporaneo, è strutturalmente l’arma capitalistica ed imperialistica di annichilimento del più debole, posta come falsificazione ideologica di strumento per il conseguimento del merito.

Equilibrio e dialettica tra individuo e comunità

Il rapporto tra individuo e comunità è oggetto di due visioni opposte che rischiano di distruggere quella dialettica tra il piano personale e il piano comunitario che caratterizza l’uomo nella sua complessità: l’ideologia corrente esprime l’idea astratta e avulsa dal reale di separazione concettuale tra uomo e società, dipingendo la società come un’aggregazione di atomi, il cui bene è la sommatoria dell’utilità o della felicità degli atomi stessi. Tale visione non considera la comunità come entità e piano logico, che si distingue nell’essenza dall’individuo preso come singolo, e cade nell’artificio di considerare l’uomo come essere scisso dal proprio contesto, che aderisce in spontaneità e neutralità a contesti creativi come se non esistesse un retroterra comunitario che influenza e guida a priori la stessa vita umana.

Un’opposta visione, tuttavia, non deve cadere nell’errore di pensare l’uomo come ente determinato unicamente dal contesto e dalla storia, dunque incapace di porsi soggettivamente al di là della collettività con la propria autonomia di pensiero e la salvaguardia della propria personalità. La personalità non si può fondere nella comunità, poiché essa mantiene il suo grado di autonomia e la propria specifica e indissolubile distinzione.

L’uomo dunque è autonomo rispetto alla comunità, ma non è indipendente. Il singolo vive nella comunità e da essa viene continuamente influenzato (nel bene e nel male) ed è impensabile slegato dalla propria comunità. L’indipendenza personale diviene allora astrazione anti-comunitaria, mentre la negazione dell’autonomia e della distinzione ontologica tra individuo e comunità, diviene al contrario, astrazione messianica di redenzione generica collettiva.

L’uomo è, allora, fuori da entrambe le astrazioni, ente comunitario distinto e unito al tempo stesso al proprio contesto. Impensabile senza comunità, ma disintegrato e senza vita se dissolto in essa. La vita personale e la vita comunitaria si muovono dunque senza attriti in un intreccio di piani, ma nella più netta distinzione. La comunità non è semplice unione spontanea e caotica di uomini che fluttuano nel caos, ma è struttura solidale aperta e dotata di forza organizzativa e di esercizio di ruoli; la comunità è una forza di unità che si pone permanentemente come esempio per gli uomini e come contesto per la loro vita; non è semplice elezione eventuale o scelta personale compensativa (come nell’attuale società esclusivamente volontaristica, poiché estraniata nel conflitto generale e tesa alla continua compensazione).
In tal senso l’importanza delle comunità intermedie – da quella affettiva a quella lavorativa, da quella scolastica a quella territoriale e così via -, che legano l’uomo al proprio contesto, è vitale per l’inclusione delle persone entro comunità politiche più vaste. La solidarietà e la partecipazione si esprimono tanto più semplicemente quanto più gli uomini colgano la vicinanza e la presenza umana solidale nel loro intorno.

L’unione di comunità solidali nella comunità politica, fondate sull’uguaglianza e sulla divisione equa delle ricchezze e del lavoro, può avvenire davvero quando gli uomini colgano l’effetto della responsabilità solidale ed esercitino il proprio “ruolo” con coscienza.

Un’etica socialista/comunitaria

L’etica socialista/comunitaria di cui ci facciamo portatori è la forza coagulante che stringe attorno a sé, nella comunità, gli uomini. Il socialismo deve procedere dalla valorizzazione assoluta del momento politico-etico di riunione degli uomini attorno alla conoscenza, secondo un approccio di tipo veritativo alle questioni umane ed esistenziali.

Negare la vitalità dell’etica comunitaria, relegandola ad opzione meramente individuale e relativa, significherebbe relegare il socialismo a faccenda relativa all’equa spartizione delle ricchezze, non considerando la virtù politica come componente essenziale di legame fra l’uomo e la comunità. La relazione economica solidale non è sufficiente a garantire l’esistenza di una comunità laddove manchi la condivisione spirituale e la riflessione partecipativa e democratica sul bene comune.

In tal senso la società odierna ha relativizzato totalmente l’etica fino a relegarla a compensazione eventuale estraniata, in una vita sociale intrisa di conflitto, guerra fratricida, mercificazione, ricerca dello sballo come via d’uscita ad una vita senza senso.

La socialità oggi viene compromessa dalla totale assenza di una condivisione di un’etica comune della collettività. La brutalità della relazione umana ridotta a merce di scambio e la mentalità acquisitiva, accumulativa e consumistica sono il risultato della condanna a morte che la società capitalistica ha inflitto all’etica, intesa come cammino esistenziale di unità fra gli uomini.

Una cultura comunitaria che sappia rigettare tutti i miti trasgressivistici che hanno devastato, con il loro carico nichilistico, negli ultimi decenni, la stessa possibile forza di opposizione al sistema diviene allora necessaria per proporre senza equivoci il socialismo come forma sociale di condivisione fondata sulla responsabilità, il senso del limite e della misura e la coscienza etica del proprio comportamento sociale e personale, superando ogni relativismo etico in nome di una visione veritativa dei rapporti umani.

Quadro politico ed economico di questa epoca. Orientamento nella realtà.

Il capitalismo, in questa fase imperialistica, si espande su scala globale facendo terra bruciata in ogni luogo di conquista. Il liberismo associato alla forma democratica di tipo “occidentale” è divenuto il cavallo di battaglia preferenziale del neo-colonialismo economico e militare incentrato sull’attuale (eppur fragile) potenza unilaterale degli Stati Uniti d’America, seguita dal servilismo di un’Europa del tutto integrata nelle strategie di terrore e brutalità guidate dagli alleati-padroni statunitensi.

Il ritorno della guerra come forma di aggressione diretta nella risoluzione delle controversie internazionali rappresenta il fatto decisivo dell’attuale fase di dominazione imperialistica. La sete del dominio mondiale ha scatenato guerre furiose, in maniera più o meno corale, con alla testa il progetto egemonico imperialistico della potenza statunitense giunta ad una fase di lento declino, ma in grado di scatenare l’ancora indiscussa superiorità militare.

Il neocolonialismo militare, oltre a procedere per guerre e aggressioni dirette, procede per azioni di rinvigorimento di focolai permanenti in zone nevralgiche per gli equilibri internazionali, alimentando nazionalismi etnici e la disintegrazione di nazioni politiche o il progressivo svuotamento di fatto della loro indipendenza.

Mentre il centro storico del capitalismo mondiale (Stati Uniti ed Europa) esercita il proprio potere imperialistico seminando morte e distruzione, nuove potenze ormai ben delineate e strutturate si profilano come competitori mondiali del capitalismo e dell’imperialismo statunitense ed europeo. Russia e Cina, al momento attuale, rappresentano i due nemici dichiarati della supremazia occidentale a guida statunitense.

Non a caso, oltre alle forme di propaganda occidentale insistente, si è passati alla creazione di conflitti all’interno dell’Europa stessa. Un lento ritorno ad un mondo multipolare, ormai inevitabile, con un fragile equilibrio ed una reciproca tattica di dissuasione, è un fatto che appare ben consolidato e assolutamente auspicabile.

La rivendicazione di sovranità nazionale da parte delle nazioni politiche esistenti, è un altro elemento di opposizione all’unilateralismo occidentale neo-coloniale. I dominanti mal sopportano le rivendicazioni sovraniste e l’idea di poter perdere in tutto o in parte zone geografiche per le proprie razzie e lo sfruttamento economico. La questione nazionalitaria, da sempre fattore progressivo di liberazione per i popoli, è oggi ostaggio, da una parte di un’ideologia “occidentalista”, tendente a mobilitare i popoli europei contro il resto del mondo per perpetuare la situazione di dipendenza e di sfruttamento, e, dall’altra, da “nazionalismi” di stampo reazionario, che danno spazio a pericolose derive etnocentriche ed islamofobiche. La stessa idea socialista/comunista è anch’essa ostaggio di chiesastiche interpretazioni che spaziano dal “veteromarxismo”, alla disinvolta accettazione, da parte di tanti, della globalizzazione capitalistica e dei suoi effetti devastanti. Ricostruire il “filo rosso” che unisce la questione nazionalitaria/internazionalista ed una nuova idea di “Socialismo Comunitario”, che si orienti verso un’alternativa di valori e di programmi, è una sfida difficile, ma non impossibile, ed è quello che ci proponiamo.

Tutti gli Stati che negli ultimi venti anni hanno tentato di seguire corsi politici di indipendenza e sganciamento (seppur parziale) dalla globalizzazione liberista forzata, hanno subìto – e tuttora subiscono – o dirette aggressioni militari e/o economiche (embarghi e ritorsioni) o feroce propaganda di annichilimento ideologico

La difesa della sovranità diviene oggi un principio fondamentale di resistenza all’ordine neo-liberistico selvaggio imposto dal dominio imperialistico.
La resistenza dei popoli oppressi all’annichilimento e all’etnocidio sistematico perpetrato nei loro confronti è altro elemento di opposizione alla macchina da guerra capitalistica e alla violenza esercitata dal più forte.

La resistenza al capitalismo sul piano mondiale, dunque, non avviene attualmente sulla base di un progetto di classe proletaria unificata, ma sul piano del rifiuto di alcune nazioni di integrarsi nel meccanismo di dipendenza economica e servilismo politico. La comprensione dell’importanza della resistenza nazionale, unita alla lotta per la trasformazione sociale, è fondamentale per cogliere le dinamiche di resistenza attuali.

Attraverso la coscienza popolare di appartenenza a patrie umiliate e colonizzate, si muovono alcuni processi decisivi per il superamento graduale dello stesso modo di produzione capitalistico e della conflittualità ad esso sotteso, gli esempi che vengono dal Sud America sono lampanti.

La resistenza politica nazionale per la sovranità contrasta, inoltre, con il fiorire di nazionalismi etnici ampiamente appoggiati (in quasi tutti i casi) dall’imperialismo – statunitense in primis – per porre fine a resistenze politiche e smembrare nazioni (emblematici i casi della Jugoslavia e dell’Iraq).

Popoli oppressi colonizzati violentemente e nazioni politiche che rivendicano sovranità reale sono forze centrali di resistenza all’ordine della cosiddetta globalizzazione – meglio, dell’imperialismo – imposto dall’Occidente e da ogni imperialismo montante.

Distinzione del piano strategico e del piano tattico

La distinzione del piano strategico dal piano tattico diviene fondamentale, oggi più di ieri, per orientarsi nel caos mondiale senza cadere nel manicheismo di giudizio, né, tanto meno, nell’opportunismo che distrugge l’idealità. Capire che esistono equilibri internazionali dai quali dipendono le sorti del mondo è fondamentale e deve condurre a lucide analisi, ma non può in ogni caso far piazza pulita dei riferimenti politici ideali.

Mentre, ad esempio, il processo venezuelano e boliviano si muovono su un cammino di opposizione al capitalismo che è buono a “livello strategico”, il rafforzamento di Cina e Russia (senza entrare nella complessità dei due casi, ben diversi fra loro) sono incontrovertibilmente fatti positivi, ma su di un piano esclusivamente tattico. Appoggiare la sovranità nazionale di Paesi che rischiano forme di neo-colonialismo economico è a priori difendibile, ma ciò non deve indurre a giudizi ed appoggi incondizionati quando si tratti di nuovi imperialismi o strategie di potenze aggressive montanti. D’altra parte, una realistica visione dei rapporti mondiali deve anche indurre a non scartare a priori la possibilità di analizzare il presente (sempre distinguendo tattica da strategia) sul piano dei rapporti internazionali, soprattutto grazie al metodo d’analisi che ci fornisce la geopolitica.

L’economia capitalistica, dunque, vive una fase di crisi piuttosto marcata, dovuta al riassestamento degli equilibri fra potenze mondiali con il lento passaggio al multipolarismo economico. Il centro capitalistico negli ultimi trenta anni è stato caratterizzato da un aggiustamento epocale dei margini di profitto verso l’alto, con il tentativo di schiacciare i redditi da lavoro, comprimere le conquiste sociali ed innestare contestualmente l’ideologia liberista dietro i paraventi della “meritocrazia” e della “libera concorrenza”. Come sempre, anche in questo caso, ideologia e prassi hanno giocato una partita unica e i due piani si sono intrecciati. La struttura (l’attacco esplicito al reddito da lavoro e la vittoria del capitalismo finanziario su quello industriale-fordista) ha condizionato la sovra-struttura (dalle idee keynesiane all’ideologia monetarista posta a fondamento per il fondamentalismo di mercato), così come la sovrastruttura (l’assorbimento dell’ideologia da parte di popoli resi plebi) ha condizionato la struttura (attraverso l’asservimento popolare, sindacale e dei falsi partiti di opposizione ai dettami ideologici del sistema). L’Europa vive una fase di capitalismo selvaggio, privo di regolazione pubblica, subordinando al capitalismo finanziario (in piena crisi) statunitense e determinato all’ulteriore distruzione di diritti sociali con l’ulteriore compressione dei salari relativi.

La reazione politica all’invadenza progressiva dell’economia, d’altronde, è in continuo disfacimento. L’integrazione delle forze politiche di destra e di sinistra nel meccanismo capitalistico e l’asservimento ai dettami economici del capitale ha rotto ogni concreta opposizione all’economia assoluta. L’economia è sempre più simile all’aristotelica crematistica, laddove essa ha cessato del tutto di rappresentare il bene comune, per asservirsi alle logiche di dominio.

Il popolo, categoria generica che rende bene l’idea in questo caso, si nutre di propaganda liberale, sorretto da un’ideologia ingannevole che cela il rapporto conflittuale alienante dietro i paraventi del progresso, del merito e della competizione benefica (aberrazioni ideologiche che stanno distruggendo ogni tessuto comunitario di ampio respiro).

Le forze politiche “democratiche” che da destra a sinistra occupano la scena culturale dell’Italia (ma più in generale dell’intero occidente) non mettono in discussione i parametri del capitalismo assoluto, accettandolo come dato caratterizzante di fondo. Le uniche distinzioni politiche apprezzabili divengono di tipo folcloristico, identitario formale e altamente ideologico.

Le opposizioni destra-sinistra, conservatore-progressista, laico-confessionale, sono solo paraventi che celano l’uni-dimensionalità del pensiero unico corrente e la comune accettazione della centralità del mercato come regolatore delle relazioni sociali, nonché l’asservimento brutale al dominio oligarchico. La situazione italiana è emblema dello stato pietoso in cui versa l’intera Europa.

Il capitalismo è divenuto sfondo ideologico indiscusso, trasformandosi negli ultimi tre decenni in una forza pratica e culturale post-borghese e post-proletaria. Non certo perché le classi siano scomparse in termini reali (il conflitto è acutissimo ed esasperante), ma poiché le classi non hanno alcuna coscienza comunitaria “e di percezione di se stesse come soggetti sociali”, oltre al fatto che il proletariato è perfettamente integrato nel normale meccanismo di riproduzione del sistema.

Constatare il fatto che il conflitto ideologico è divenuto un concetto orizzontale, che dilania la classe sfruttata al suo interno, significa prendere atto del carattere post-classista (in senso ideologico) del capitalismo e della forza subdola della democrazia liberale come macchina di integrazione del confitto nell’orizzontalità del tutti contro tutti, secondo la logica dell’emersione del migliore. È evidente, allora, come solo la coscienza comunitaria e socialista possa opporsi all’atomismo imperante, al di fuori di ogni concezione meccanicistica di rivolte metafisiche di una classe sfruttata che non ha coscienza di essere tale in forma collettiva.

La miseria politica è ben visibile in Italia, nazione del tutto svuotata di sovranità politica, “colonia” preferenziale degli Stati Uniti d’America, integrata senza poteri nell’ultraliberismo dell’Unione Europea; Italia che somiglia sempre più ad una prateria dove scorrazza libero il più vorace capitalismo improduttivo sorretto da una classe politica del tutto servile.

Il quadro politico attuale rappresenta da vicino la perfetta convergenza di tutti i partiti verso l’idea di una governance degli affari capitalistici mascherata da democrazia. Sinistra e destra gareggiano per accaparrarsi il ruolo di guida negli affari.

Le false opposizioni al capitalismo, il finto-comunismo, la retorica pacifista delle forze dette “radicali” sono servite per coprire attraverso una pura operazione teatrale folcloristica (di simulazione di differenze inesistenti tra gli schieramenti politici) i giochi di potere esercitati dal governo asservito al capitale.

L’opposizione al capitalismo dovrà essere profonda, radicale nei contenuti, incentrata sulla solidarietà, sul desiderio di comunità e condivisione e sul diritto-dovere di resistenza.

Solo il Socialismo può dunque essere portatore di un universalismo concreto, in grado di sintetizzare quanto di buono c’è sia nella cultura occidentale, che nelle resistenze/rimanenze ai bordi del mercato capitalistico.
Solo il Socialismo si può legare non al rifiuto totale della modernità, ma alla definizione di un altro cammino che da essa sappia partire, facendo i conti con le specifiche condizioni storico sociali di questo presente, verso il <>, verso la Comunità Umana.

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