Le catene carcerarie dell’Italia

di Alessandro Cavallini

Nel dicembre scorso il carcere di Montorio, nel veronese, ha avuto il suo quarto d’ora di notorietà.

Per la gestione all’avanguardia o specifiche politiche di umanità verso i detenuti? No, molto più banalmente perché in quella struttura carceraria è stato rinchiuso Filippo Turetta, il noto omicida di Giulia Cecchettin.

Presenza che ha creato non pochi malumori tra gli altri detenuti dato che il ragazzo è stato da subito ammesso a trattamenti di privilegio.

Questo il comunicato di Sbarre di Zucchero, il movimento sorto a Verona nell’agosto del 2022 a seguito del suicidio di una giovane detenuta, Donatela Hodo, e che promuove la raccolta di indumenti per la popolazione detenuta, convegni, attività di volontariato, di servizio e di divulgazione attraverso convegni sia in presenza che via Web:

“Dopo aver reso noto il malumore che aleggiava tra detenuti, parenti ed avvocati, abbiamo scelto il silenzio ma, di fronte alla perdita di queste giovani vite (Farhady Mortaza, 30 anni, in cella da solo per problemi psichiatrici, Giovanni Polin, 34 anni, Oussama Sadek, 30 anni, anche lui isolato, in cella da solo nonostante precedenti atti di autolesionismo, a 3 mesi dal fine pena) non possiamo tacere di fronte al differente trattamento detentivo.
La linea di Sbarre di Zucchero sulla presenza di Turetta a Montorio è stata chiara dall’inizio: capire perché esistano dei privilegi. Perché un diritto se non è per tutti diventa un privilegio a tutti gli effetti e noi non possiamo e non vogliamo far finta di nulla”.

Eppure la situazione non è per nulla cambiata da allora, anzi. La scorsa settimana infatti un altro detenuto di Montorio è morto suicida, il quarto in due mesi.

Purtroppo la situazione del carcere veronese non è molto diversa da quelle delle altre strutture sparse in Italia.

Ormai i suicidi sono quasi all’ordine del giorno, causati da un sovraffollamento senza limiti e da immobili fatiscenti, mai sottoposti ad alcuna opera di ristrutturazione. Eppure nessuno, a parte poche eccezioni, sembra accorgersi di questa situazione disumana. In queste ore stiamo assistendo ad una vera e propria campagna mediatica a favore di una cittadina italiana accompagnata in catene ad un’udienza in un processo in Ungheria.
Ma tutti tacciono di fronte a ciò che avviene nel nostro paese.

Ricordiamo che la nostra Costituzione, all’articolo 27, afferma che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Provate a fare un giro veloce in qualche struttura di detenzione presente in Italia e poi diteci se questa norma è realmente applicata o rimane lettera morta.

Se è giusto denunciare trattamenti disumani contro detenuti italiani all’estero (che ad oggi sono più di 2000 e tutti dovrebbero avere la stessa attenzione mediatica e diplomatica di Ilaria Salis, anche quelli che non hanno alcun “santo in Paradiso”), lo è ancor di più migliorare le condizioni dei detenuti presenti nelle strutture italiane.

Non solo perché lo impone la nostra Costituzione ma perché è un vero e proprio dovere morale per chi voglia arrogarsi il diritto di definirsi Civiltà. In caso contrario, sarà la barbarie a prevalere, anche se ammantata di paroloni moderni e (pseudo)civili.

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