L'Italia Mensile

L’ascesi della metapolitica

di Alessandro Cavallini

Alla fine degli anni Sessanta, inizio Settanta, nel dibattito politico europeo iniziò a circolare una nuova parola fino ad allora sconosciuta: metapolitica. Essa divenne in breve tempo il marchio di fabbrica della cosiddetta Nouvelle Droite, termine con cui veniva comunemente indicato un circolo ideologico francese il cui nome reale era Grece, Groupement de Recherche et d’Étude pour la Civilisation Européenne.

Il suo intellettuale più importante era Alain de Benoist, che in un’intervista del 1968 così dichiarava: “Abbiamo sempre situato la nostra azione sul piano metapolitico o transpolitico, culturale e teorico allo stesso tempo; e questa è una vocazione alla quale non sapremmo rinunciare”. Era proprio questa la strategia innovativa portata avanti dai teorici francesi.

La Nouvelle Droite stava ben lontana dall’agone politico, senza prendere posizione a favore di questo o di quel gruppo, ritenendo che i partiti fossero ormai mezzi superati dai nuovi strumenti di comunicazione. E tutto questo mentre la televisione doveva ancora raggiungere la dimensione di oggi e i social nemmeno esistevano. Molti furono poi, in Europa e non solo, a prendere esempio da questa strategia e a farla propria. Tutt’ora il Grece è operativa e molti circoli culturali fanno ad esso riferimento.


Passiamo adesso però dalla narrazione storica della nascita del termine metapolitica a quello dell’analisi della sua etimologia. Soffermiamoci in particolar modo sul prefisso greco mèta. Esso può essere inteso in due modi: come “accanto” oppure “al di là”. De Benoist e soci hanno certamente inteso la metapolitica nel primo senso.

Secondo loro, infatti, una battaglia politica per essere efficace doveva concentrarsi su tutto ciò che stava, appunto, a fianco dei partiti e della politica genericamente intesa. Da qui l’attenzione verso tutte quelle discipline che potevano essere di supporto nella battaglia culturale e delle idee, tipo la storia, la filosofia, la sociologia, le scienze politiche, la geopolitica, l’arte, etc. E sul secondo significato del termine qualcuno ha mai posta la propria attenzione in questi decenni?

Qualcuno in realtà c’è stato, anche se poco conosciuto o, meglio, poco pubblicizzato. Proprio l’anno scorso la casa editrice Solfanelli ha pubblicato un libro dal titolo inequivocabile: Che cos’è la metapolitica. L’autore è Silvano Panunzio, un intellettuale cattolico di impostazione guenoniana scomparso nel 2010 e figlio del noto sindacalista rivoluzionario Sergio Panunzio.

Secondo la sua impostazione, la Metapolitica è infatti una disciplina che non solo precede la politica ma, in un certo senso, la supera ponendosi al di sopra di essa. Idea peraltro nemmeno innovativa dato che già nel pensiero di Platone tutta la realtà umana è articolata dal basso verso l’alto, quindi anche la dimensione politica deve essere intesa in modo anagogico. Ed è proprio questo che oggi manca per una sana politica radicale di opposizione al Sistema globalista.

La battaglia delle idee come intesa da de Benoist è sicuramente importante ed è giusto continuare a sostenerla. Ma, contemporaneamente, dobbiamo renderci conto che un’azione politica per essere realmente tale, e non pura agitazione, deve avere anche una dimensione trascendentale. Solo questa tensione verso l’Assoluto può dare un senso ad una sana battaglia politico-culturale che ci porti fuori dalle secche materialistiche dell’attuale società nichilistica e post-moderna.

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