L’abominio dell’alienazione parentale: riportiamo a casa Giò!

di Umberto Baccolo e Elisa Torresin

Forse alcuni di voi ricorderanno un video sconvolgente che nove mesi fa è uscito sui media, che mostrava una madre, che si chiama Deborah Delle Donne, trattenuta contro la sua volontà nel municipio di Casalmaiocco, a mezz’ora da Milano, mentre il suo bambino di 9 anni, Giò, veniva prelevato per strada con gran dispiego di forze dell’ordine, mentre gridava e scalciava disperato, al fine di portarlo in una comunità.

Un vero sequestro reso possibile da un trucco ordito da figure istituzionali che fa indignare: la madre era stata infatti convocata con una scusa per poterle contestualmente sottrarre il figlio, tanto che Deborah ci dice di essere ancora allibita da come un sindaco possa aver ingannato in tal modo un’insegnante perbene, stimata e incensurata.

Viene da chiedersi cosa abbia fatto di così terribile Deborah per portarle via il figlio questo modo brutale. Forse è accusata di pedofilia, di drogarsi e prostituirsi davanti al bambino o simili orrori? No.

Deborah ha pure un’altra figlia di 16 anni, Martina, che vive con lei, avuta da un altro padre con il quale è in buoni rapporti e per la quale è considerata madre idonea.

Quindi se è una buona madre per Martina perché le devono togliere violentemente Giò, con operazione degna di Messina Denaro (che anzi è stato trattato meglio)?

Perché Deborah è accusata di una qualche variante della fantomatica “alienazione parentale”, quel costrutto pseudoscientifico già condannato dalla Corte di Cassazione e negato nella sua esistenza dall’Oms e da una significativa parte della comunità scientifica internazionale secondo la quale se un minore, figlio di separati, ha un cattivo rapporto con il padre e rifiuta la relazione con lui, significa sicuramente che è stato manipolato dalla madre e che avrà gravi disturbi evolutivi e quindi è necessario strappare quei bambini alle madri per
metterli in case famiglia o comunità dove spesso subiscono ogni tipo di abuso (da brividi la narrazione fatta di recente da Samuele, ragazzino messo in una casa famiglia che di recente grazie al lavoro dell’Associazione Il Coraggio è stato restituito alla madre e ha raccontato pubblicamente la sua esperienza) finché non si decidono ad amare il loro padre come loro dovere.

Spesso questi bambini finiscono per non vedere mai più la madre, come nei casi strazianti di Ginevra Amerighi e Giada Giunti, e vengono affidati esclusivamente al padre temuto.

Una violenza vera e traumatica ai danni di madri e soprattutto figli, questa sì capace di lasciare i danni gravi permanenti che i suoi teorici, discepoli del controverso a dir poco Richard Gardner (inventore della PAS, considerato da molti uno pseudoscienziato difensore non esplicito ma furbesco dei pedofili), vorrebbero lasciasse l’alienazione.

Negli ultimi anni in Italia sono tantissime le donne che hanno dovuto subire queste accuse, come ad esempio Mamma T con il suo piccolo Miky, che sta lottando disperatamente per riportare a casa nel silenzio generale.

Infatti solo una minoranza di femministe si dedica al tema (da leggere il recente libro Senza Madre, che raccoglie contributi di più autrici davvero preziosi), che da politica e media è poco trattato: bambini e mamme sono lasciati soli. Tornando a Deborah (periziata sana di mente e da un educatore ritenuta attenta e capace), Giò è stato sequestrato dopo 6 anni di incontri protetti infruttuosi con il padre per provare a riavvicinarli a forza.

Dopo 6 mesi la relazione psicologica sul bambino diceva che lui era destabilizzato (come ovvio!), che sentiva una grave mancanza della mamma e stava sviluppando psicopatie. Quelle di cui stando con Deborah mai avrebbe sofferto.

Ora sono passati 9 mesi e gli stessi operatori della comunità hanno ammesso in un incontro con la madre che il progetto di riavvicinamento al padre non è partito e che il bambino sta male e non può rimanere lì anni, ma che loro non sanno cosa fare avendo il compito di trovare il miglior collocamento per Giò.

La mamma è in ansia per le sue condizioni (una mattina è andato a scuola dimenticando lo zaino, senza che gli adulti preposti se ne accorgessero) e teme che lo diano ad un’altra famiglia, avendo la comunità un progetto di affidamento familiare, cosa dalla quale Giò si è dichiarato ancor più angosciato.

Vuole tornare da Deborah e Martina, che tra l’altro guarda caso nonostante sia grande non è stata ascoltata.

Noi – come tutto il loro paese, che giustamente li sostiene molto – non abbiamo dubbi su cosa si dovrebbe fare: restituire immediatamente Giò a sua mamma e a sua sorella, che lo aspettano, come Miky a Mamma T e a chi li ama e protegge tutti gli altri piccoli strappati per accuse fantasiose di alienazione che vanno a favorire solo violenti, abusatori e vendicativi e devastano i minori.

Basta confrontare una foto di Giò con la mamma con una di adesso, ingrassato di 11 kg (secondo la pediatra per fame nervosa), occhiaie pesanti, aria narcotizzata, per capire l’orrore e l’errore di cui è vittima. Facciamolo tornare a casa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *