L'Italia Mensile

PREVE COSTANZO TEDESCHI LUIGI, ALLA RICERCA DELLA SPERANZA PERDUTA

DI FULGENZIO VIRIATO

In questo lungo e denso libro, due intellettuali di opposta provenienza politica si confrontano a 360 gradi sulle aporie della modernità.

Prendendo spunto dalla storia del secolo/millennio appena finiti analizzano le vicende legate all’emergenza di nuovi scenari geopolitici, si avventurano sul terreno della sociologia, della teoria politica e arrivano a trattare concetti evidentemente controversi e diversamente declinati, come “universalismo” e “differenzialismo”, alla ricerca di una possibile via d’uscita da una post-modernità neo-liberale, vissuta all’ombra dell’ideocrazia imperiale U.S.A.

Via d’uscita che Preve ha da tempo indicato in una forma di comunitarismo dialogico, democratico e solidale.
Chi abbia negli ultimi anni seguito da vicino il cammino filosofico di Costanzo Preve, si sarà già familiarizzato con i temi e gli argomenti dei suoi saggi.

Tra le sue numerosissime opere sono in particolare 4 gli studi che diremmo imprescindibili ai fini di un inquadramento del suo pensiero.

Con Marx inattuale egli aveva offerto una decostruzione critica del pensatore di Treviri, e, in pagine di alta densità teorica aveva tentato, con successo, un’operazione di chiarimento e di proposizione in chiave idealistica di un marxismo alleggerito dalle stratificazioni interpretative del novecento.

L’opera di chiarificazione storico – teoretica era poi proseguita con Storia critica del Marxismo , nella quale aveva fatto i conti con i cosiddetti “marxismi dottrinali”, nati sulla scia della “vulgata” di Engels e Kautski e proseguita poi, in altre forme, con il “revisionismo” di Lenin e la lunga teoria dei pensatori, degli economisti e dei filosofi che avevano variamente interpretato il marxismo.

Con Il Popolo al potere e Elogio del Comunitarismo possiamo parlare di una pars costruens, cioè della proposizione di nuovo insieme di paradigmi filosofico – politici, rivolti direttamente a quanti siano interessati a costruire una prassi politica innovativa ma non priva di solidi basi teoretiche. In sintesi, ci pare di poter dire che Preve intenda “traghettare” nel futuro quelli che continua a ritenere siano i punti vivi del pensiero di Marx, interpretati alla luce della filosofia perenne, quella che si origina in Socrate, Platone e Aristotele.
Se è vero, come è vero secondo Preve, che come accade a tutti i pensatori e scienziati, alcuni aspetti del pensiero di Marx sono irrimediabilmente datati, nell’essenziale, cioè nella sua critica del capitalismo, Marx è più attuale che mai.
Indubbiamente, la convinzione circa la formazione di un «lavoratore collettivo cooperativo associato, dal direttore di fabbrica all’ultimo manovale, alleato con il General Intellect» è superata.

Ma la vera sconfitta, nel confronto politico e teorico con il capitalismo, è stata semmai una vulgata marxista, originatasi nel pensiero del duo Engels-Kautski. Il primo accentuò la tesi circa l’incapacità del capitalismo di sviluppare le forze produttive e il secondo impose l’idea «della correlata capacità rivoluzionaria comunista […] della classe operaia» perché riteneva che l’operaio generico fosse più facilmente inquadrabile nella politica allora perseguita da quasi tutti i Partiti socialdemocratici.
In realtà la storia del ‘900 avrebbe smentito questa pia illusione: l’operaio lasciato a se stesso non solo non è in grado di gestire alcun passaggio intermodale (come del resto aveva ben inteso Lenin) ma, rispetto ad altre fasce sociali, in particolare i contadini, si rivela intrinsecamente refrattario a ogni velleità realmente rivoluzionaria.
Rimane valido il metodo di Marx, che Preve altrove ha definito “metodo strutturale” che si «applica a tutte le strutture sociali complesse» nonché la speranza di una emancipazione universale dell’uomo.

Con ciò, siamo giunti all’antropologia.
Secondo Preve, una buona antropologia – quella che si fonda sull’idea dell’uomo “ente naturale generico” – rappresenta un fondamento teorico imprescindibile per l’edificazione di un pensiero politico solido. Inteso in questo modo, l’uomo si rivela un ente in grado di concepire sia le cattedrali gotiche che i grattacieli moderni, può vivere in condizioni di vita “precarie” in una società massificata e iper–consumista, ma potrebbe anche decidere di superare l’attuale “modo di produzione capitalistico”, per rifondare una politica veramente partecipata e comunitaria.
Tuttavia opporre la propria antropologia aristotelico-marxiana a una visione dell’uomo diversa e nemica, che ha le sue origini in Hobbes (homo homini lupus) si sviluppa con Locke e con il suo pseudo–contrattualismo proprietario e schiavistico, e tocca il suo culmine con gli attuali esponenti della filosofia “analitica”, che riducono la filosofia a epistemologia o a dialogo improduttivo fungente da collante per un individualismo consumistico, non ci porta ancora ad un superamento dello stato pietoso nel quale versa l’umanità alienata (opportunamente Preve, riprendendo Marx, sottolinea che nel “modo di produzione capitalistico” sono alienati, cioè privati della loro vera natura umana, sia i dominati che i dominanti).

Il fallimento storico di tutti i regimi politici che nel ‘900 hanno cercato di dominare l’economia – dal comunismo ai fascismi, dai populismi redistributivi alla socialdemocrazia scandinava – lascia l’uomo post-moderno completamente in balia dei meccanismi alienanti e massificanti che tanti altri pensatori, da De Benoist a Lasch o a Baumann, hanno efficacemente tratteggiato. Lascia aperti anche alcuni fronti di “resistenza geopolitica” – (Irak, Afghanistan, Palestina) che di per sé meritano considerazione e rispetto. Ma non bastano o almeno non risolvono le contingenze europee. La sinistra di classe in questo senso non può fornire alcun appiglio, perché, specie in Italia, essa non è stata altro che uno storicismo politicamente semplificato per le masse che progressivamente sarebbero state integrate nel Sistema grazie all’assimilazione di stili di vita basati sul consumo di beni. Peggio ancora per alcune correnti del pensiero “marxista”, quella operistica in particolare, che hanno assolutizzato la contraddizione fra capitale e lavoro, individuando nel solo operaio il “soggetto universale” che avrebbe dovuto guidare il passaggio intermodale dal capitalismo al comunismo. Cosa fare?

Preve, sulle orme di Hegel, definisce quella attuale una fase “di gestazione e di trapasso”; vale a dire un periodo magmatico e fluido, sul quale non è possibile fare previsioni (d’altronde, sempre secondo Hegel, la filosofia è una scienza vespertina, che si leva sul far della sera, quando ormai tutto è compiuto) ma rispetto al quale è possibile prendere una posizione fortemente critica. All’antropologia si unisce un’etica, vale a dire una visione dell’uomo che possedendo il logos (ragione, dialogo e calcolo) ed essendo in grado di “mettere nel mezzo” la sua naturale socievolezza, deve costruire una società nella quale la partecipazione democratica implica non solo l’uguaglianza politica, ma a maggior ragione l’uguaglianza economica. Il libro si conclude con una recensione di Elogio del comunitarismo scritta da Tedeschi, una risposta dello stesso Preve e una controrisposta di Tedeschi.

Preve ci tiene a distinguere il suo comunitarismo dialogico e democratico, sia dalla versione nazionalsocialista, che si fondava sulla mera appartenenza razziale, sia da eventuali richiami al comunitarismo tribale quale si è affermato in contesti extra europei, nei quali sopravvive spesso in forme residuali. Il carattere innovativo del comunitarismo di Preve si basa sull’assunzione dell’irreversibilità del concetto di libertà individuale formatosi in Europa nel ‘700: evitare l’atomismo individualistico non può assolutamente significare un inquadramento forzato o guidato da un Partito, ma deve nascere dall’adesione libera e consapevole dei cittadini.

In questo senso Preve rimane allievo di Hegel, che attorno alla libertà di tutti come esito finale delle traversie attraversate dallo Spirito aveva costruito la sua storia del mondo: temperato tuttavia dalle critiche di Marx, che riteneva impossibile una libertà autentica e pienamente dispiegata nell’ambito di una società ancora divisa in classi.
Detto ciò, chiariti i meriti di Costanzo Preve, rimane qualcosa sulle indicazioni intellettuali e pratiche che promanano dal suo pensiero. Per quanto riguarda le indicazioni più direttamente politiche, la costruzione in Italia di un movimento di seria opposizione politica, in grado di porsi il problema di un “passaggio intermodale”, dovrà non solo attuare la svolta comunitarista, ma riprendere le considerazioni che Gianfranco La Grassa ha sviluppato negli ultimi anni, cioè la riformulazione del concetto di conflitto fra dominati e dominanti inserita nella più ampia e, a suo dire, determinante fase di “policentrismo geopolitico”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *