L'Italia Mensile

Ospedale, Chiesa, Guerra

Aleksandr Dugin

Ci sono tre spazi in cui la vita confina strutturalmente con la morte: l’ospedale, la chiesa e la linea di battaglia al fronte, cioè il territorio della guerra.

Dasha ha definito queste zone di soglia, liminali, come frontiere.

Ognuno di questi territori esistenziali ha una sua specificità ontologica.

L’ospedale è l’approccio alla morte dal lato del corpo che perisce, della vita carnale che svanisce. In ospedale la frontiera è dal qualcosa al nulla, non c’è speranza in ospedale se la situazione di salute è fatale. Ogni ospedale ha un qualcosa dell’ospizio e tale è la zona della cura. I medici lottano eroicamente per evitare che ciò accada, affinché il corpo risorga alla sua vita corporea, ma le fredde pareti bianche, le barelle e le flebo indicano inequivocabilmente la direzione della morte. Qui la fine della carne è identica alla fine della vita.

La Chiesa è una frontiera molto diversa, ove l’accento è posto sullo spirito. Le immagini dei santi, dei martiri, della Crocifissione, dell’Assunzione della Vergine e della Passione di Cristo ci rimandano alla vita eterna dello spirito, all’immortalità dell’anima dall’altra parte della carne. La carne qui è descritta in termini di anima, e come tale scompare. La Chiesa è dominata dagli Angeli incorporei. “Ecco i cherubini…”. Questo è il territorio al di là della frontiera. Come nell’ospedale non si avverte la presenza dello spirito, così nella Chiesa si annulla la presenza del corpo. La vita corporea qui è in un certo senso astratta.

La guerra è una frontiera unica dove, con tutta evidenza, ci sono entrambi, sia il corpo che l’anima, ed entrambi sono alla massima intensità. Il combattimento è corporeo al massimo grado, ma allo stesso tempo è più che corporeo: in esso divampa la fiamma dell’immortalità, in esso l’anima parla – grida – di sé.

La frontiera della guerra è il confine dove finisce la carne, ma non la vita. È qui che si colloca il momento dell’Eucaristia: “E nella vita eterna”.

Nella Chiesa è garantito, giustificato.
In battaglia si presenta ogni volta per la prima volta, come un’epifania, una rivelazione, una rottura.

La guerra è l’esperienza della vita dall’altra parte della vita.

Vita da entrambe le parti: nel corpo e fuori di esso.

Vita calda e carnosa. È come se nelle vene invisibili di chi è appena morto scorresse il sangue dell’anima.

In guerra l’immortalità non è astratta, ma concreta, non è dogmatica, ma è data nell’esperienza diretta.
Ecco perché la Chiesa vivente è sempre militante quando è sulla terra.

Solo in cielo c’è pace.
“Non pace, ma spada”.
La guerra e il suo territorio, la sua frontiera, è l’argomento teologico fondamentale di ogni religione.

Per i musulmani e i seguaci della Bhagavad-gita questo è ovvio.

È come se noi ortodossi rifuggissimo dalla guerra.

Perché?
Il dolore, la sofferenza, l’agonia, e naturalmente la morte che conduce all’immortalità, sono verità ontologiche profonde ed essenziali della nostra fede.

La pacificazione è una cosa bella se si può ancora evitare la guerra, ma se non se ne può più, bisogna entrare coraggiosamente e consapevolmente nella sua frontiera, nel suo territorio.

Questo momento della vita che trascende i limiti della carne, della corporeità, dell’organismo, è proprio il fondamento esperienziale di tutta la nostra dottrina.

Il cristiano non finisce con la fine del corpo. In un certo senso, è solo l’inizio.

La desolazione dell’ospedale spegne questa dimensione, facendo sperare solo in un ritorno alla corporeità, non in una grande transizione, e la speranza è proprio su di esso.

Da qui la guerra come maestro spirituale.
È una soglia solida, un portale, un arco trionfale, un regno dove i carri delle anime si manifestano, fioriscono con il fuoco di Elia.
(https://t.me/ideeazione)

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