Note A Margine Sul “Che” Ovvero Una Interpretazione Autentica Di Un Mito

NOTE A MARGINE SUL “CHE”…

ovvero una interpretazione autentica di un Mito

di Nicola Trisciuoglio

“9 ottobre 1967… Hasta Siempre Comandante Che Guevara…

Oggi è caduto, come un eroe, il giovane più straordinario della rivoluzione latinoamericana: è morto il Comandante Ernesto Che Guevara…

La sua morte mi lacera l’anima perché era uno dei nostri, forse il migliore: un esempio di condotta e di spirito di sacrificio. La profonda convinzione nella legittimità della causa che abbracciò, gli ha dato la forza, il valore, il coraggio che oggi lo eleva alla categoria di eroe e martire…”

(Juan Domingo Perón – Lobos, 8 ottobre 1895 – Olivos, 1 luglio 1974)



“EL CHE”… UNO DI NOI…


Quando venne ucciso il Che… ci si rese conto che era stato l’ultimo dei rivoluzionari…

Il comandante guerrigliero aveva cercato di esportare il fenomeno rivoluzionario cubano sia in Africa che in America Latina che, essendo egli argentino, considerava nella sua interezza un po’ come la sua patria. I fuochi di guerriglia dovevano accendere la rivoluzione: è quel “fuochismo” che avrebbe affascinato Giangiacomo Feltrinelli, molto poco leninista ma romantico e garibaldino assai.


In tutti questi anni e sino ad oggi il Che è stato oggetto di tutte le svalutazioni possibili, è stato ridotto a logo pubblicitario, a simbolo di riconoscimento di tribu’ urbane ultracapitaliste.

Allora, quando morì, ma anche prima, quando abbracciò il suo sogno rivoluzionario abbandonando un ministero a Cuba, Ernesto Guevara poteva contare su tante antipatie, molte delle quali tra i farisei del suo campo, ma anche di tante simpatie tra coloro che la stupida logica degli schemi vedeva come suoi avversari.

Allora quando la demenza e la sclerosi del dogmatismo alla Tartuffe non era di moda tra gli eredi delle rivoluzioni nazionali, furono in molti a sostenere il Che. Da Jean Thiriart, il fondatore di Jeune Europe e del partito nazionale europeo che avrebbe schierato volontari in Palestina a Juan Peron.

Costui, vero identitario, nazional-popolare ed anti-globalista, nemico del comunismo internazionalista quanto della finanza capitalista, esule in Spagna dopo esser stato rovesciato dall’oligarchia clerico/militare legata a Washington, aveva stretto un patto strategico con Fidel Castro ed elogiava particolarmente il Che la cui lotta, secondo il suo parere ufficiale, utilizzava il socialismo come puro e semplice strumento per un ideale superiore.

Fu proprio Peron, l’ultimo degli statisti nazional-popolari, ad accogliere il Che nella Spagna franchista – con il beneplacito del Caudillo – e a metterlo in contatto in Algeria con Boumedienne.

Del resto Guevara aveva sostenuto Peron contro i comunisti pochi anni prima in Argentina e uno dei suoi fuochi guerriglieri, appunto nel paese natio soggetto a dittatura, fu opera dei peronisti.

Il Che vivo, la crème del nazional popolarismo post-bellico era con lui, il Che morto gli vennero dedicate molte riflessioni e qualche agiografia come “Une passion pour El Che” di Jean Cau di sensibilità nazionalsocialista.


Che Guevara va onorato oltre quel postfascismo scaduto nell’ombra reazionaria del codinismo borghese e che ha smarrito la sua anima originaria ed il suo più profondo significato esistenziale e sacro.

Le banalità sminuenti sul Che si sono susseguite con sterile idiozia…

Una di esse è che non si può onorare il Che, non si può non essere contenti della morte del Che, perché egli si batteva per distruggere i nostri valori. Nostri? Valori?

Il Che si batteva per liberare il suo continente dall’occupazione americana, dall’oppressione oligarchica e dalle ingiustizie.

Possiamo non condividere l’indirizzo dato dal Che alla sua lotta, il suo impianto ideologico e programmatico, ma non possiamo non sentire nostra la sua lotta… e se non la sentiamo tale delle due l’una: o di quella lotta non sappiamo niente o abbiamo sbagliato proprio campo… di certo non camicie nere!


Non si può non onorare il Che, non si può non amarlo e sentirlo come uno dei Nostri…  perché un uomo che abbandona cariche, onori, denari e privilegi per andarsene a vivere nelle selve, tra i monti, con un pugno di compagni di lotta, passando giornate intere con qualche goccio d’acqua e, se dice bene, una galletta, un uomo che sogna e che resta fedele al suo sogno mettendo carne, muscoli, nervi al suo servizio, non può non essere onorato ed amato.

Lo detta chiaramente quel sentimento della vita, dell’onore e del sacro che è alla base dell’Idea del mondo che fece grande la nostra antichità e la nostra più recente primavera.

Quell’Idea del mondo che – dalla Bhagavad Gita tramite i Luperci le Legioni mithraiche, la Cavalleria fino ai Werwolf – ha significato tutto il meglio che memoria d’uomo ricordi e che si condensa nella “Dottrina di Lotta e Vittoria” (che non coincide con il successo tangibile ma con il trionfo su di sé).


Chi non ha perso il bandolo di quel filo non può non rispettare e non onorare l’eroe di Santa Clara.

Onore al Che… lotta e vittoria Comandante…

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