NEL TRITACARNE

Dopo quella di Mariupol, un’altra sanguinosa battaglia casa per casa si sta combattendo nel settore centrale del fronte ucraino e, come quella, ha non solo un valore simbolico, ma anche un rilevante valore strategico. Se le forze armate russe riuscissero a sfondare, come appare sempre più probabile, potrebbero aprirsi la strada verso una nuova significativa avanzata. Intanto, le perdite ucraine stanno diventando elevatissime.

Tra retorica e strategia

Mentre la retorica propagandistica dei paesi NATO insiste su una sempre più fantomatica vittoria ucraina, la strategia militare sul campo sembra ormai puntare – letteralmente – sul prolungamento della guerra sino all’ultimo uomo possibile. Messa da parte l’ipocrisia precedente, in base alla quale l’occidente dichiarava ufficialmente di non voler fornire a Kyev armi in grado di colpire il suolo russo (facendo finta di non sapere / non vedere che gli ucraini lo fanno continuamente, non solo bombardando gli oblast annessi a settembre, ma anche il territorio russo storico – regioni di Kursk e Belgorod), ora c’è un via libera a questo genere di attacchi. Che non è soltanto teorico (fate ciò che volete), ma pratico (vi aiutiamo a farlo, e vi diamo i mezzi per farlo).

Al cuore di questa politica, c’è la fornitura – da parte USA- degli M-142 HIMARS (High Mobility Artillery Rocket System), un avanzato sistema di lanciarazzi, dotato di un modulo con sei missili di precisione GMLRS, basato su un camion FMTV da cinque tonnellate.

Questo sistema supporta un’ampia varietà di munizionamento, che ne muta sia il potenziale distruttivo che la gittata; fondamentalmente questa può variare da 30-80 chilometri fino a 300 o più chilometri. Il sistema HIMARS utilizza munizionamento di alta precisione, che viene indirizzato sull’obiettivo passando al software di gestione dati provenienti dal rilevamento satellitare. Si tratta quindi di un sistema d’arma il cui utilizzo è strettamente vincolato al coordinamento con l’intelligence NATO, che è quella che fornisce i dati satellitari, e spesso anche con personale NATO sul campo, che provvede ad inserire i dati nel sistema di lancio.

Questo è un elemento fondamentale da tenere presente, perché implica il coinvolgimento diretto, consapevole ed intenzionale della NATO nell’identificazione e bombardamento degli obiettivi. Obiettivi che non sono soltanto militari, e/o di rilevanza anche militare, ma pure civili. Dal 28 giugno – data del primo utilizzo registrato degli HIMARS contro obiettivi civili – al 10 dicembre, risultano ben 44 attacchi condotti col sistema lanciarazzi statunitense contro tali obiettivi, per un totale di 80 morti e 171 feriti.

Questi attacchi, condotti con l’indispensabile apporto delle forze NATO, non hanno ovviamente alcun valore militare, e l’unico scopo è per un verso terrorizzare la popolazione delle aree urbane del Donetsk e del Lugansk – verso cui gli ukronazi hanno sin dal golpe del 2014 manifestato un vero e proprio odio etnico – e per l’altro cercare di indurre le forze russe ad una risposta simmetrica, così da poterne denunciare il crimine. Ovviamente, essendone pienamente corresponsabile, l’occidente si guarda bene dal rilevare che questi attacchi sono già un chiaro crimine di guerra.
La stessa logica, ovvero agire con l’obiettivo di provocare una reazione nemica, da sfruttare propagandisticamente, assai più che per conseguire successi militari, sta dietro agli sporadici attacchi in profondità condotti dall’Ucraina, col solito supporto NATO. Dal sabotaggio del ponte di Kersh agli attacchi con droni al porto di Sebastopoli, ai più recenti attacchi missilistici contro le basi aeree di Engels-2 e Ryazan, l’intento è sempre quello di spingere i russi verso l’escalation.
Oltre a ciò, questo tipo di attacchi risponde anche ad una strategia di prolungamento della guerra; l’obiettivo dei paesi NATO, infatti, è con ogni evidenza la guerra ad oltranza. I comandi NATO sono infatti consapevoli che per la Russia è necessario mettere in sicurezza i territori liberati (e più in generale quelli della Federazione), e quindi di proteggerli con una fascia di sicurezza, abbastanza profonda da metterli al riparo da questo genere di attacchi. Un obiettivo, questo, teoricamente perseguibile anche nell’ambito di una trattativa di pace (sul modello coreano, con una striscia smilitarizzata d’interposizione), che però è al momento respinta nettamente dalla NATO – che si nasconde dietro l’oltranzismo di Zelensky.

Pertanto alla Russia non resta altra alternativa che conquistare manu militari questa zona di protezione. E ovviamente, più l’esercito ucraino viene dotato di armi e munizioni in grado di allungare la propria capacità di colpire in profondità, più le forze armate russe dovranno ampliare parallelamente la profondità della fascia. E quindi con ciò prolungando il conflitto.

La NATO alimenta la guerra

L’azione guerrafondaia dei paesi occidentali non si esaurisce però soltanto nella fornitura di armi, e nel modo in cui le si fanno usare agli ucraini. Forse ancora più efficacemente funzionano le mosse politiche, in quanto tese a non lasciare spazio alcuno alle ipotesi di negoziato.

Da questo punto di vista, è interessante osservare come le cose si mostrino diverse sulle due sponde dell’Atlantico. Se infatti da Washington si mantiene un atteggiamento ambivalente, giocando sull’alternanza tra la disponibilità al dialogo (testimoniata da canali di comunicazione con Mosca sempre aperti) e la volontà bellicista (sfruttando l’irriducibile fermezza della propria marionetta Zelensky), l’Europa gioca la parte dell’ultrà.

Con il contorno della diffusa e ampiamente tollerata russofobia, la dichiarazione della Russia come stato terrorista prima, ed il florilegio di dichiarazioni di fuoco da parte dei vari Stoltenberg, von der Leyen, Borrell (e da ultimo il carico da novanta della Merkel) poi, non solo si impediscono qualsiasi ruolo di mediazione, ma inducono la Russia a ritenere che non vi sia alternativa alla guerra.
In affetti, le leadership europee – che pure guidano i paesi che più stanno soffrendo per le conseguenze del conflitto – sembrano agire come se guidate dall’obiettivo di legarsi le mani, di chiudere qualsivoglia spiraglio di comunicazione con Mosca.

Cosa che, ovviamente, rende felice Washington, che così mantiene per intero il controllo del gioco, pronta a manovrare le sue colonie NATO (quelle de jure e quelle de facto) come e quando le farà più comodo.
Le dichiarazioni di Angela Merkel sugli accordi di Minsk, infatti, identiche peraltro a quelle già fatte dall’ex-presidente ucraino Poroshenko, ma assai più gravi proprio perché pronunciate da lei, valgono a distruggere qualsiasi affidabilità dei leader europei.

Cosa che, oltretutto, varrà non solo per la Russia, ma anche per qualsiasi altro paese. Non a caso, il leader serbo Vucic, parlando a proposito della crisi col Kosovo, ha chiaramente fatto riferimento a quelle dichiarazioni per attestare l’inaffidabilità dell’UE.
Al tempo stesso, l’UE invia segnali di guerra alla Russia, che travalicano sia l’invio di armi (che è per definizione a tempo) sia le dichiarazioni di fuoco (che sono comunque parole).

L’Unione ha varato un piano per ristrutturare le linee di comunicazione stradali e ferroviarie, in vista dell’ottimizzazione per il trasporto di armamenti pesanti, e la Germania si appresta a rivitalizzare la rete di bunker sotterranei per la popolazione civile, largamente abbandonata ed in disuso. Tutti elementi che contribuiscono a formare, nella leadership russa, la convinzione che è opportuno prepararsi ad una lunga stagione di guerra in Europa. E che, evidentemente, ciò riguarda soprattutto l’attuale conflitto in Ucraina.
Il messaggio che gli europei stanno mandando a Mosca è che questa guerra non hanno altra scelta che vincerla sul campo.

Sino all’ultimo ucraino

Da tempo si dice che la NATO intende combattere sino all’ultimo uomo – purché di nazionalità ucraina. In realtà, sappiamo che non è esattamente così, perché i paesi dell’Alleanza non solo sono presenti con armi, logistica ed intelligence, ma sono di fatto sempre più presenti anche sul terreno, utilizzando compagnie militari private rimpinzate di ex-militari di paesi NATO, e che agiscono di fatto agli ordini dei comandi alleati. Sono ormai migliaia, soprattutto polacchi, ma anche statunitensi, britannici e romeni – oltre ovviamente ad altre nazionalità.

A loro sono spesso affidati compiti di prima linea, quando si tratta o di muovere offensive, o di resistere agli attacchi russi, il che però comporta forti perdite anche tra questi mercenari.
La vera novità strategica sul terreno, comunque, è data dalla crisi delle forniture occidentali.

Come già visto in precedenza, i paesi NATO hanno esaurito le proprie scorte di munizionamento per l’artiglieria, e non sono quindi più in grado di fornirne adeguatamente agli ucraini. Il risultato è che la capacità delle forze di Kyev, in questo settore fondamentale, è significativamente calata; e di conseguenza, è aumentata quella russa.

Quanto sta attualmente accadendo nel settore centrale del fronte, è da questo punto di vista paradigmatico. Ormai da mesi le forze armate russe stanno premendo sulle cittadine fortificate di Soledar e Bakhmut, ma da quando è cominciata a calare la capacità dell’artiglieria ucraina la pressione si è moltiplicata, tanto che oggi gli stessi ucraini riconoscono che Bakhmut si è trasformata in un tritacarne. E ad essere triturata è la carne degli uomini al fronte.

Nell’arco di un tre/quattro settimane, le stime delle perdite tra le forze armate ucraine e le milizie mercenarie schierate in città sono salite da 2/300 al giorno (tra morti e feriti) a 800/1.000 al giorno. Gli ospedali sono al collasso, manca il sangue per le trasfusioni e persino i mezzi per trasportare i feriti, che spesso muoiono perché non c’è modo di dargli le cure necessarie. E pur di trattenere le forze russe, ed impedir loro di prendere la città, lo stato maggiore ucraino continua ad inviare al massacro nuove truppe.
Dal canto loro i russi stanno conquistando uno dopo l’altro tutti i villaggi che si trovano nelle vicinanze, con l’obiettivo di chiudere Bakhmut in un calderone, aggirandola da sud e da nord.

Se, come sembra ormai inevitabile, sia Bakhmut che Soledar cadranno, le forze russe supereranno questa linea trincerata-fortificata, predisposta dagli ucraini già dai tempi della guerra contro le repubbliche separatiste; a quel punto, si troveranno di fronte la seconda linea fortificata, quella che si sviluppa lungo la direttrice Lyman-Slovyansk-Kramatorsk. Con l’arrivo dei reparti di mobilitati e dei volontari, probabilmente entro i primi dell’anno nuovo, cominceranno a premere anche su questa.

L’obiettivo è sfondarla e dilagare nella pianura ucraina sino al Dniepr; in tal modo, anche le forze ucraine che si trovano più a sud, sia quelle che attualmente si trovano a pochi chilometri da Donetsk (e che la bombardano quotidianamente), sia quelle che occupano Zaporizhye, saranno costrette a ritirarsi per non essere chiuse a loro volta in una grande sacca. E potranno farlo soltanto ripiegando ad ovest, verso il fiume; attraversarlo senza sufficiente copertura d’artiglieria ed aerea sarà drammatico, quindi la decisione dovrà essere presa per tempo.

Ma visto come si sono mossi sinora, sia a Kyev che al comando NATO di Bruxelles, non è detto che ciò avvenga, e si preferisca obbligarli a resistere il più a lungo possibile, come a Mariupol e oggi a Bakhmut, anche a costo di perdite enormi. L’obiettivo è far durare la guerra più a lungo possibile, anche a costo di far morire fino all’ultimo ucraino.

di Enrico Tomaselli

(https://giubberosse.news/2022/12/13/nel-tritacarne/)

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