La società senza padri genera mostri

Nelle ultime settimane si è parlato molto di patriarcato, mascolinità tossica, ri-educazione sentimentale. La verità è che il nocciolo della questione non è mai stato colto, anzi, è stato totalmente ribaltato: il problema non è il “patriarcato”, ma l’assenza della figura paterna, il padre, se degno di questo nome, svolge un ruolo fondamentale nella crescita di figli sani.

Per comprendere il ruolo del padre è utile, utilissimo, leggere il libro di Claudio Risé “Il padre. L’assente inaccettabile” (San Paolo, 2003), testo che tratta il fondamentale tema della paternità in un’epoca materialistica, che ha dichiarato guerra al sacro, ai riti, ai simboli, alla famiglia. Il primo compito del padre è quello di “separare” il figlio dalla madre, è un passaggio doloroso, ma si tratta di un “dolore costruttivo”, qualcosa che rende più forti.

Il rito d’iniziazione del distacco dalla madre non avviene più, i figli restano degli eterni adolescenti privi di responsabilità. Scrive Risé «Il prezzo pagato al rifiuto della separazione del figlio, compiuta dal padre, e della sua elevazione verso il cielo, diventa allora la rinuncia a una società di adulti. Ormai “eterni fanciulli”, uomini e donne si appiattiscono sul piano orizzontale del bisogno, prigionieri di una continua infanzia, fatalmente segnata dalla depressione, e dalla nevrosi che colpisce ogni infrazione alle leggi della natura».

L’assenza del padre non è un problema della nostra società, ma il problema. Nel testo -un’ottima combinazione di psicologia, storia e statistiche- vengono riportate tutte le conseguenze drammatiche di chi cresce senza un padre. Le statistiche dimostrano che tra i tossici, carcerati, stupratori, violenti e suicidi c’è un tasso -che supera il 50%- di uomini cresciuti senza una figura paterna. Il problema dell’assenza del padre è amplificato dal tasso di divorzi, sempre in aumento, in cui nella stragrande maggioranza dei casi i figli vengono affidati alle madri. Esiste una vera e propria “cultura anti-paterna” amplificata dagli anni ’70 in poi, in cui ci si ostina  a “lottare contro il patriarcato” (in realtà contro l’uomo in quanto tale), ignorando che proprio l’assenza del padre –come dimostrano dati non opinabili- ha amplificato i disagi degli adolescenti e dei futuri adulti.

Anche nei casi in cui il padre è presente, nella società consumistica, esso è passato da figura centrale della famiglia a erogatore di denaro per moglie e figli. Senza il padre, il “mercato” diventa la misura di ogni cosa, con tutti i problemi che ne conseguono. Il libro racconta storie di padri condannati in quanto “uomini”, riporta dati sul divorzio, sfata dei miti, uno di questi è quello della convivenza prematrimoniale. I dati dimostrano che convivere prima del matrimonio non riduce le possibilità di concludere il matrimonio con un divorzio, al contrario, le aumenta.

Questo perché abbiamo interiorizzato l’idea che “tanto dopo ci può sempre separare”, questa mentalità porta a non fare più sforzi per conservare un rapporto; da un punto di vista simbolico l’antropologia culturale dimostra che ogni ritualizzazione pubblica di un impegno assunto, aumenta negli individui e nei gruppi la capacità di mantenerlo.

Non serve la ri-educazione sentimentale, che non farebbe altro che rendere gli uomini ancora più fragili e incapaci di gestire le emozioni, va riscoperta e riabilitata la figura paterna.

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