L'Italia Mensile

Il cantautore Marco Chiavistrelli e Umberto Baccolo chiedono giustizia per Guido Gianni

di MARCO CHIAVISTRELLI e UMBERTO BACCOLO

Sulla legittima difesa molto si è scritto e detto e polemizzato anche tra gli schieramenti politici e ideali. Proverò a affrontare il tema partendo dal racconto di un caso emblematico che tratta con drammatica plasticità i reali contrafforti in cui si svolgono gli atti, crudi, implacabili, veloci, violenti.

Su questa vicenda è stata chiesta la grazia a Mattarella e aperta una petizione su Change-org che ha già 81.500 firme. La ricostruzione dei fatti è stata effettuata con l’ausilio della famiglia Gianni.

Nicolosi, Sicilia, vicino Catania, febbraio 2008, un piccolo negozio di oreficeria che ha già subito 4 rapine, il proprietario come tutti i negozianti della zona ha un’arma legalmente registrata da usare come deterrente per i frequenti furti. A volte basta sparare in aria e fuggono. Quel giorno si presentano in tre, ma si scoprirà che sono in sei, tre restano fuori, sono del clan mafioso, importantissimo nel catanese, dei Santapaola. All’interno un cliente e la moglie del proprietario Guido Gianni che è sul retro nella zona blindata. Sono tre e pieni di aggressività impressionante, il primo a volto scoperto, entrano urlano chiedendo i soldi, prendono la moglie e la scaraventano al suolo picchiandola selvaggiamente, le strappano ciocche di capelli, le gridano “ammazziamo tutti” e le puntano un pistola al cuore, lasciando un segno indelebile che la signora dopo quindici anni porta ancora. Un cliente viene scaraventato in ginocchio faccia al muro mani incrociate sulla testa e terrorizzato con grida e minacce.

Dal tossicologico successivo si saprà che due malviventi sono sotto cocaina con una aggressività addosso spaventosa. Gianni accorre disperato, con la moglie sono innamoratissimi e con une bellissima nidiata di figli, teme per la sua vita e spara 4 colpi in aria 2 dal laboratorio, 2 nel negozio, dimostrati nell’indagine, gridando “andatevene, fuori”. Non sortisce niente anzi viene subito aggredito dagli altri due criminali di cui uno armato che gli mette la pistola alla tempia. Gianni subisce un pestaggio furibondo e ne uscirà con lividi da tutte le parti, il naso e un dito rotti. Il tutto si svolge nello spazio davvero piccolissimo del negozio nel tempo concitato di pochissimi secondi. Due forti, giovani, violentissimi che possono rompergli il collo. Gianni assiste impotente alla violenza sulla moglie, cerca di divincolarsi disperatamente per soccorrerla. Un bandito immobilizza il braccio a Gianni che non lo sente più e partono in automatico più colpi che uccidono un rapinatore e ne feriscono un altro, a un polpaccio, che scappa fuori. Intanto il terzo criminale che tiene l’arma al cuore della signora le dà un colpo violentissimo alla testa con la pistola e la moglie perde conoscenza diventando grigia, cianotica. Teniamo presente che spesso basta un pugno per uccidere una persona e qui c’è un oggetto pesante di ferro, in mano a un uomo giovane, che colpisce tremendamente il capo della moglie dall’alto verso il basso. Gianni crede la moglie morta, è sotto shock, qui ha dei vuoti nei ricordi, in qualche modo nello spazio ristrettissimo partono altri proiettili che colpiscono anche il terzo bandito. Gianni dirà sempre di non aver mai sparato volontariamente. Il terzo criminale dirà morente ai carabinieri,”se non mi si inceppava l’arma lo uccidevo io” cosa che lascia intendere che avesse intenzione di sparare a Gianni. I colpi insomma partono nell’ambito di una lotta furibonda coi primi due banditi che volevano strappargli la pistola e con Gianni che tenta disperatamente di divincolarsi per raggiungere la moglie avendo negli occhi e nel cuore l’immagine terrea della moglie che pare senza vita. Gianni, appena può, si lancia piangente sulla moglie che teme morta dicendole “Amore respira, amore respira” altro che inseguire i banditi, pensava alla sua cara moglie forse morta.. Nel negozio entrano decine di persone tra cui evidentemente anche i complici esterni che fanno sparire una delle due armi dei rapinatori, mentre Gianni riesce con un calcio a mettere in salvo un’altra pistola dei banditi. Per otto anni Gianni non teme nulla, figuriamoci non si fa refertare nemmeno la rottura del setto nasale e del dito e il corpo pieno di lividi per il pestaggio dei banditi. La moglie viene ricoverata e refertata per shock generalizzato, trauma cranico, ecchimosi ovunque, lividi diffusi, cranio sanguinante per le ciocche di capelli strappati. Per 8 anni non viene aperta nessuna indagine. Poi all’improvviso nel 2016, dopo ripetiamo 8 anni, viene ordito un processo per duplice omicidio volontario. Nascerebbero quantomeno delle domande su questa scelta stranissima: intanto nel 2013 si scopre che le rapine sono state fatte da un commando armato del clan mafioso dei Santapaola, arrestato nell’Operazione Squalo, nel computo delle rapine imputate alla banda mafiosa c’è anche quella perpetrata ai danni di Gianni. Paradossalmente la cosa si ritorce contro di lui che vede il negozio disertato per il terrore che c’è in Sicilia quando si sa che c’è di mezzo la mafia. Contemporaneamente viene fuori come collaboratore di giustizia, come pentito, il boss padre del giovane ucciso che guidava il commando. A questo punto con un ritardo assurdo di 8 anni, lo stato come per magia, ordisce un processo addirittura per duplice omicidio volontario a danno di Gianni che sino ad allora figuriamoci non temeva neanche un procedimento per legittima difesa. Il processo dura ancora 5 anni e alla fine Gianni si prende una condanna a tredici anni di prigione. Durante il processo la mafia terrorizza la famiglia con epiteti offese e minacce, nel silenzio disarmante della corte. Anche davanti al negozio compaiono oggetti sporchi e sputi. La perizia ufficiale dice che sono stati esplosi colpi anche alle spalle dei banditi, ipotizzando che Gianni abbia rincorso i rapinatori. Ma anche il bandito ferito nega questo, cioè che Gianni sia mai uscito dal negozio. Gianni dice che è rimasto dentro e che si è catapultato subito sulla moglie svenuta credendola morta! Come discorso di fondo, Gianni e la moglie e il perito di parte affermano per spiegare le traiettorie dei proiettili, che ogni colpo è partito in una colluttazione ruotante e violenta in uno spazio piccolissimo. Gianni spesso aveva il braccio bloccato, ha spesso contratto la mano, i banditi nello scontro roteavano e si spostavano, davanti, dietro, addosso, di lato. Non si possono fare comode ipotesi geometriche a tavolino nel caos che c’è stato. Fondamentale capire il tempo breve, promiscuo, allucinato, cortissimo in cui si è svolto tutto. Ma il tribunale pur con mille dubbi condanna Gianni. Questi deve anche risarcire il boss padre di un morto, il ferito, e la famiglia dell’altro ucciso, quest’ultimo parente di un’ altro boss. Gianni ormai sessantaduenne, rovinato economicamente per la paura della mafia, cosa che porta tutti a disertare il negozio; dissanguato dalle spese legali; stupefatto del procedimento e della condanna che pare assolvere un pericoloso commando mafioso guidato dal figlio del boss e condannare una persona di un integrità raccontata da tutti, buonissima, intelligente, affettuosa, legata alla famiglia, che ha visto entrare tre criminali che gli stavano uccidendo la moglie e lui stesso e mettendo a repentaglio anche la vita di un cliente terrorizzato e minacciato senza pietà. Qui non ci sono quei casi di legittima difesa quasi cercata, spesso razzista verso poveracci imbranati a rapinare che scuotono l’opinione pubblica per il senso opposto, il farsi giustizia esagerata da sè. Qui c’è il proprietario di un piccolo negozio artigianale, un uomo pacifico e benvoluto dalla comunità, un artista che crea gioielli e lavora anche per le chiese, che reagisce per salvare la moglie se stesso e un cliente dalla follia barbara di un comando mafioso organizzato che fa decine di rapine e che si esprime con botte, pestaggi, violenza, strappo di capelli, rottura di nasi e di dita, riduzione al suolo, pistole sul cuore e alla tempia, schianti sulla testa con pistole, grida folli e furiose “vi ammazziamo!”.Un commando che si scopre mafioso e sotto cocaina, cosa che doveva far ancor più far pendere verso Gianni la bilancia della giustizia che sembra beffardamente quasi giustificare i banditi “professionisti”mafiosi violentissimi e punire un onesto pacifico cittadino. C’è il concomitante pentimento di un boss capo dei Santapaola, il padre del rapinatore ucciso nella rapina che diviene proprio ora un collaboratore di giustizia.

Non si capisce anche a ragionarci perché proprio ora si fa il processo. Come si spiegano il ritardo di otto anni anni e questo ravvedimento tardivo e allucinante, l’accanimento al punto di condannare per duplice omicidio volontario neanche per eccesso di legittima difesa, cancellando del tutto le versioni e testimonianze di Gianni e della moglie, la violenza e la pericolosità mortale dell’aggressione, e la concitazione e confusione dei fatti? Come fa un cittadino in sostanza a difendersi da una violenza e da un caos così incontrollabili e deflagranti in cui viene a trovarsi, dove purtroppo perdono la vita due banditi, due giovani uomini che non hanno avuto la possibilità di scorgere un orizzonte diverso dalla violenza e dalla concezione mafiosa dell’esistenza? Cosa avrebbe dovuto fare Gianni? Assistere al massacro della moglie? Fregarsene? Rinunciare a soccorrerla? Voi giudici e cittadini normali cosa avreste fatto? E’ facile giudicare dopo, a bocce ferme, da una comoda aula. Si è quasi dipinto una scena astratta al rallentatore dove comodamente Gianni spara in un clima sereno, mentre la sua visuale soggettiva è shockante, fulminante, rapida, con la vita in pericolo sua, della moglie e del cliente e il suo stato emotivo è dentro la violenza terroristica dei criminali. Si è fatto uno sproloquio di logica mentale insomma, dove la vittima è divenuta colpevole e giace innocente in una cella dove resterà per anni. La violenza originaria e lo svolgimento dei fatti narrato dalla famiglia rimasti assurdamente sullo sfondo. Perché? Intanto la pioggia risale verso il cielo, i fiumi tornano alla sorgente, la terra è sottosopra, il sole si spenge e l’aula della giustizia diviene l’antro della più profonda ingiustizia.

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