• Giuliano Castellino

VISIONE MISTICA DELLA POLITICA IN SANT'AGOSTINO E THIBON: SERVONO UOMINI DI FEDE

VISIONE MISTICA DELLA POLITICA IN SANT'AGOSTINO E THIBON: SERVONO UOMINI DI FEDE


Domenica di approfondimento: da Forza Nuova a Italia Libera. Da Forza Nuova ad Area: per un piano superiore preciso.


Visione mistica della politica in Sant’Agostino e Thibon: servono uomini di Fede.


“Ai pessimisti. Questa luce ideale che ci permette di constatare che il mondo è cattivo o assurdo è anche lo strumento che ci è affidato per rendere il mondo migliore.

Della perfezione che non trovi attorno a te, tu porti il seme dentro, dato che soffri della sua assenza.

E il campo incolto dove cammini attende non che tu pianga sulla sua cattiva vegetazione, ma che lo dissodi per seminarvi il buon grano”.

(Gustave Thibon: “L’ignoranza stellata”)


di Giuseppe Provenzale


Gli spunti asistematici che seguono non sono rivolti a molti, ma solo a chi voglia concordare con la premessa profondamente non inclusiva che individua nella metapolitica le ragioni prime dell’impegno politico e dell’azione di governo di quello che un tempo tutti chiamavano il Principe cristiano; figura paradigmatica che certamente interessa, nel suo valore esemplare, la missione del semplice capo o dirigente politico, per costituzione e/o formazione refrattario al liberalismo imperante e, più in generale, alla concezione della politica come semplice arte del compromesso, ai fini stabilizzanti dello status quo, o del successo hic et nunc da conseguire ad ogni costo.


Considerando che, in nome di una presunta, sedicente e mai dimostrata superiorità degli attuali (troppo attuali) maestri di pensiero, l’oblio o, peggio, la violenza “intellettuale” della modernizzazione omogeneizzante, con illimitato sprezzo del ridicolo, sommerge – in tempi in cui, ormai orgogliosamente, “si vanta l’empio delle cupidigie dell’anima sua, e l’iniquo si chiama beato” (1) – colossi della fede, della logica e del pensiero - la cui inattualità desta scandalo e notevole imbarazzo, giganti di fronte ai quali crolla l’arroganza del nulla che, ora più che mai con il dilagare della presunta pandemia, caratterizza le odierne prassi e filosofia della politica -, mi auguro che queste righe, a questi grandi, perché riconoscenti a Dio per i talenti ricevuti, dovute, possano contribuire a fare un po’ d’ordine e fornire, in primo luogo a me stesso, qualche principio utile alla buona battaglia sempre in atto.


A chi attingere


Per gli scopi appena illustrati, molto abbiamo da imparare dalla visione politica della cosiddetta età di mezzo; una concezione che, come certifica molto autorevolmente Étienne Gilson, trasse dall’opera certamente più consistente e laboriosa di Sant’Agostino la sua ispirazione (2).


Ed è, quindi, da alcune righe del De civitate Dei che vorrei iniziare, ampliando subito la portata dell’autorevole certificazione appena menzionata.

Ritengo, infatti, che, essendo il Cristianesimo religione dell’incarnazione, il valore politico di una summa quale quella contenuta nella Città di Dio, in quanto derivante dal peso teologico e sociale dell’incarnazione stessa, dovrebbe, e senza dubbio può, ispirare l’intero pensiero politico cristiano, ben al di là dei confini temporali che condannano ad una sempre breve esistenza terrena ogni ideologia, anche la più longeva.


Dopo aver riconosciuto i pur rilevanti meriti dell’Impero pre cristiano e con essi l’utilità per la città terrena di guide che posseggano comunque la pietà derivante dall’amore, genere di virtù che sarà poi detto essenzialmente anti machiavellico, il vescovo di Ippona non trascura di affermare la superiorità della “vera pietà” e della “vera virtù” che derivano dal “vero culto del vero Dio”. Se coloro i quali “sono provvisti della vera pietà e vivono bene hanno l’arte di governare i popoli e la misericordia di Dio concede loro anche il potere – dice infatti - non si può pensare nulla di più felice per la condizione umana” (3).


Come dar torto al padre della Chiesa in un’epoca in cui, più che mai, l’iniquo si chiama beato?


Tempi in cui quel genere di pace “degli uomini che vogliono vivere (unicamente) secondo la carne” (4) sembra escogitare metodi sempre nuovi per regnare, quasi fosse del tutto incontrastato e trionfante?


Come non raccoglierne il testimone, se vogliamo restare fedeli a quella tensione eroica che non guarda alla vittoria come ad un traguardo necessariamente temporale pur non disdegnandolo?


Non disprezziamo, anzi, incoraggiamo moti di pietà e amore non del tutto autentici - spesso non per colpe proprie, ma ascrivibili ai cattivissimi tempi che perdurano e corrono veloci come non mai - che facciano da argine alla dissoluzione, ma non perdiamo di vista il fatto che “vera virtù”, “vera pietà”, “vero culto del vero Dio” sono certamente preferibili in chi possiede l’arte di governare i popoli, tanto più che gli anni presenti e quelli a venire sono e saranno caratterizzati, come ha detto bene Monsignor Viganò, da uno scontro tra “figli della luce” e “figli dell’oscurità”, entrambi oggi chiamati a raccolta (5).


Serve la fede


È di uomini di fede che si sente, dunque, la mancanza, di quella fede che “è veramente tale se attende nella speranza ciò che ancora non si vede nella realtà” (6), quella fede che persino troppi pastori non mostrano (o non hanno più?), preferendo idolatrie troppo umane, se non addirittura indirizzate alla Madre Terra.


Eppure, anche in questo territorio desolato, la Chiesa come “Città di Dio pellegrina sulla terra” attraversa i secoli e, per la promessa divina, non muore e non morirà, pur se ridotta a piccolo gregge, se non alla fine dei tempi.


Questa la ragione teologica essenziale di un ordine nella politica che non può e non deve perdere di vista il fatto, e più che mai nel bel mezzo della più spaventosa tempesta, che garantire una maggiore giustizia sociale e autentica libertà abbia un vero senso solo se si ha come scopo la possibilità di ritrovare quell’unica giusta rotta che nello sforzo della volontà non dovrebbe essere dimenticata neppure dal più esausto dei bravi marinai.


Troppo il tempo perduto, da noi per primi e dai nostri padri, vertiginose le altezze da raggiungere con le poche frecce dei nostri poveri archi? Certamente sì, anche se, altrettanto certamente, umanamente disperati dovevano sembrare pure a quel vescovo africano, fino a non molto tempo prima eretico manicheo, i colori oscuri dell’orizzonte dopo il disastroso sacco di Roma del 410.


Ma, non dimentichiamolo, l’amore esclusivo per le creature, l’amore, anche il più ingenuo, per gli oggetti del creato, anche i meno materiali, allontana dalla fede nel Creatore e rischia di farci confondere i mezzi con il fine; è per questo che il “sacrosanto” amor di Patria non deve mai costituire il solo amore che ci vincoli allo scopo, ma la scala ideale per salire a Dio nel visibile, lo strumento, lecito e pure assai utile, che ci consenta l’arrampicata: ben sapendo, però, che se dovesse venir meno, del tutto o parzialmente, in modo permanente o temporaneo, quello che resta un mezzo per la salvezza delle anime, resterebbe comunque imprescindibile il traguardo.


La ricerca di Dio in tutte le cose, seppure spesso gravata da stanchezze e dolorose interruzioni, deve tornare ad essere obiettivo metapolitico dell’azione, illuminato dall’azione stessa, malgrado tutto sembri crollare attorno ai nostri occhi e agli altri sensi. Ciò deve avvenire oltre ogni delusione, ma, soprattutto, oltre ogni illusione.


Scrive quel grande inattuale del ‘900 che è Gustave Thibon: “L’illusione consiste nel disconoscere il potere del tempo, la fede nello sfidare il tempo sapendo che il tempo avrà l’ultima parola […] .


Si va verso l’abisso con gli occhi aperti. “Si crede, non perché non si sa, ma contro ciò che si sa” (7).


E la certezza che l’azione politica sia limitata dal tempo diventa così un sollievo che nello stesso istante ci ridimensiona e ci ritempra, un limite liberatorio salutare che ci dà nuove forze proprio perché non sono certo tutte nostre le responsabilità di tutto.


Noi, uomini post moderni, abbiamo bisogno di comprendere sempre meglio che gli ultimi secoli ci hanno rapinato dell’unità, quell’unità di fede in Dio e amor di Patria che, ad esempio, apparteneva naturalmente ad un hidalgo delle Spagne degli anni di Filippo II, uomo di fede e di spada a cui non occorreva fare alcuno sforzo per vivere di questo, anche se di certo non gli mancavano cadute e fratture anche frequenti.


Quell’unità è stata volutamente spezzata, una luce unica, ideale perché concreta e concreta perché illuminata dall’ideale, è stata infranta per dar vita ad un singolo colore.


Quell’unità va, dunque, ripristinata, altrimenti ci si condanna a quelle che lo stesso Thibon definisce

“idolatrie mutilanti che nascono dalle passioni politiche” (8).


Malattie da sanare che, prima della terapia, necessitano naturalmente della corretta diagnosi, mali non incurabili, ma che, con un termine che va di moda in questi mesi, rischiano di risultare, per distrazione, incredibilmente asintomatici e dunque assenti, se paragonati allo spirito malato di un mondo che si vanta di essere sano, immersi come siamo in un’epoca anomala apparentemente interminabile, che agli occhi di troppi, proprio per la sua apparente eternità, rischia di sembrare, invece, tutto sommato accettabile.


Quella che in Machiavelli era la Fortuna, è in realtà uno degli aspetti dell’azione provvidenziale di Dio nella storia, al di là di vantaggi, potere e privilegi che sembrano premiare maggiormente gli uomini impegnati nell’esclusivo servizio dei propri moti carnali.

Governare, o fare politica, come se Dio non esistesse non è mai la soluzione, ma l’illusione perversa, quella che porta alla rovina in primo luogo i singoli, nel governo di se stessi, e le nazioni.


Il ciclo del potere, o dell’azione politica, non è molto differente dal ciclo dell’amore a cui fa cenno Thibon ne “L’ignoranza stellata”, a patto che la politica, almeno, si faccia per amore: “Circe e Beatrice: l’Angelo mi ha sorriso subito, ma quel sorriso non era che l’esca della Bestia. Ho bevuto il veleno fino in fondo – e poi, in fondo alla Bestia, ho ritrovato l’Angelo. Il nocciolo ha mantenuto le promesse della scorza: la realtà eterna ha ripescato sull’altra riva l’illusione annegata” (9).


Mi piace pensare che questo, o molto simile, sia stato il genere di pensieri più profondi del Mussolini, principe cattolico ormai quasi del tutto, degli ultimi mesi.


L’essenza dell’azione politica a qualunque livello sta nel servizio rivolto agli uomini come prossimo e, quindi, rivolto a Dio; è dunque sacrificio, pietoso, e prezioso, atto d’amore per il prossimo, nonostante una certa dose di narcisismo o ricerca del successo e della gloria personali siano fisiologici, eppure, nell’unità a cui accennavo, non irrimediabilmente mutilanti.


Penso, ad esempio, al Giustiniano di Dante nel cielo di Mercurio, a cui l’amore per la gloria e la fama terrene, poiché guidate dalla fede, non impedirono di ottenere il premio del Paradiso.


Fede, amore, pietà a cui ritornare – letteralmente stemperati dalla dimensione temporale della finitezza – ci rendono immuni ai rischi di idolatria e neo paganesimo rinascente sempre in agguato e ci consentono di non perdere di vista quell’autentica dimensione rivoluzionaria che consiste in “un incessante movimento di ritorno verso quelle fonti inesauribili di cui la nostra sete, snaturata dalle bevande sofisticate, lascia che vadano sprecate le acque” (10).


Missione della politica


La chiarezza di piani e livelli è necessaria alla missione della politica, se correttamente intesa come una delle scale per il Cielo, una scala costretta dal tempo e dalla carne ad essere appoggiata sulla terra.


Questa condizione necessaria ci insegna a non disprezzare eccessivamente la nostra “zavorra corporale” (11) per non sfuggire “alla prova dell’incarnazione che Dio ha voluto per se stesso” (12) e alla sua promessa che riguarda la resurrezione della carne.


La Patria per il mistico “è prima e dopo la strada (o sia ai piedi che in oltre la cima della scala ndr) e il cielo si chiama SEMPRE”, perché il tempo non può essere “la stoffa del nostro destino”, ma lo strappo, profondamente rivoluzionario, della stoffa stessa (13).


Poiché, pur non essendo affatto scontato che profeticamente il domani ci appartenga in senso di imminenza temporale o di credito da riscuotere, tuttavia, nemmeno l’esito opposto va escluso a priori e, in ogni caso, alla Vittoria - contra spem in spe (14) - abbiamo il dovere di puntare comunque, fino a quando il Signore deciderà di concederci il tempo e lo spazio per costruirne gli strumenti; affinché la politica sia una via di santificazione per uomini a cui la misericordia di Dio potrebbe donare anche il potere, permettendo così di ottenere, come avvenuto a volte in passato, come dice Sant’Agostino: quanto di più felice possa verificarsi per la condizione umana.


NOTE

(1) Salmi 10,3.

(2) Étienne Gilson: “La filosofia nel Medio Evo”, Sansoni 2005, p. 188.

(3) Sant’Agostino: La città di Dio”, Oscar Mondadori 2015, vol. 1, Libro quinto, 19, p.255.

(4) Op. cit. vol. 2, Libro quattordicesimo, 1, p.786.

(5) Lettera aperta di Monsignor Viganò a Donald Trump del 6 giugno 2020.

(6) Sant’Agostino, op. cit. vol. 2, Libro tredicesimo, 4, p. 743

(7) Gustave Thibon: “Il tempo perduto, l’identità ritrovata”, D’Ettoris Editori, 2018: “L’ignoranza stellata”, 1974, p.231 della citata edizione italiana.

(8) Ibidem, p.236

(9) Ibidem, p. 231

(10) Ibidem, p.158

(11) Ibidem, p.238

(12) p.263

(13) Idem

(14) Rm 4,18




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