• Giuliano Castellino

TOGHE MILITANTI, INTRECCI E GUERRE DI POTERE. I MEDIA DI REGIME TUTTI MUTI!



TOGHE MILITANTI, INTRECCI E GUERRE DI POTERE. I MEDIA DI REGIME TUTTI MUTI! di Giuliano Castellino La Procura di Perugia, l'organo competente per il controllo di quella della capitale, dopo un anno di indagine ha mandato a giudizio Luca Palamaro e i suoi coimputati, un anno fa alla ribalta della cronaca per uno scandalo che avrebbe dovuto travolgere politica e magistratura, ma che invece si è fermato con qualche dimissione eccellente. Dalle carte depositate in questi giorni si evince che Luca Palamara parlava con tutti: imprenditori, politici e tanti tanti magistrati. Di Roma, ma anche di altri tribunali: una rete di relazioni per la quale, da ex consigliere del Csm e da capo della corrente Unicost, metteva in piedi alleanze e strategie. Si confrontava con i colleghi, decideva chi appoggiare, indirizzava i voti dei suoi fedelissimi a palazzo dei Marescialli. Smistava chiamate con richieste per incarichi in tutta Italia. E si difendeva dalla fronda interna che lo voleva fare fuori quando hanno iniziato a circolare le notizie su un’indagine che lo coinvolgeva a Perugia (nella quale, non a caso, si contesta anche la rivelazione del segreto d’ufficio). C’è tutto questo nelle migliaia e migliaia di pagine depositate dalla procura umbra insieme all'avviso di conclusioni indagini notificato all'ex pubblico ministero e altri 4. Questa indagine, che l'estate di un anno fa aveva sconvolto il mondo giudiziario, facendo tremare l'organo di autogoverno della magistratura e portando alle dimissioni di cinque consiglieri e del procuratore generale presso la corte di Cassazione Riccardo Fuzio, è chiusa. Un giro di toghe sporche (e rosse), che ha coinvolto l'ex ministro Lotti e la questione delle nomine: "Senza di noi Zingaretti non va da nessuna parte", questo quello che si dicevano l'ex renziano e la toga. Un mare di carte, in cui tra informative e intercettazioni, dove compare anche un file in cui vengono registrate le conversazioni dell'ex consigliere del Csm con i giornalisti nei giorni in cui scoppiò lo scandalo, ma anche prima. Spunta l'incontro del 9 maggio in cui Palamara e Luigi Spina (anche lui già membro del Consiglio Superiore e indagato dai pm perugini) parlano coi parlamentari Cosimo Ferri (ex magistrato ed ex capo di Magistratura indipendente) e Luca Lotti (indagato all'epoca per l'inchiesta romana su un mega appalto Consip, oggi a processo). Vicende che erano già emersa durante le indagini. Oggi di quegli incontri se ne conoscono il contenuto con precisione. La cosa che ci lascia perplessi è il silenzio dei media di regime. La Republica, CorSera e i giornaloni che fine hanno fatto?

Perchè non parlano della chiusura indagini e del rinvio a giudizio delle toghe sporche e rosse? L'unico quotidiano che sta affrontando la questione è La Verità del direttore Belpietro: "Dalle carte dell'inchiesta di Perugia emergono nomi che certo lì non ci dovrebbero stare. Stiamo sostanzialmente svelando che i magistrati non sono molto diversi dagli italiani, intesi come politici o in generale, che si danno da fare per cercare di migliorare una posizione e lo fanno non nel modo "tradizionale" previsto dalle norme, facendo la domanda e aspettando la risposta, ma con telefonate, in qualche caso pressioni, relazioni, e ciò dimostra che l'organo di autogoverno della magistratura non funziona esattamente come ci immagineremmo, totalmente al di sopra delle parti, ma totalmente al di sotto delle correnti". Pesantissimo Maurizio Belpietro, che ancora una volta dimostra di essere uno dei pochi giornalisti liberi presenti in Italia: "Nel Csm, alla fine, a decidere nomine, avanzamenti e quant’altro sono le correnti. Nelle carte di Perugia ci sono persone di grande responsabilità, persone che hanno ruoli istituzionali, e ciò colpisce molto, colpisce la commistione con la politica. Quando tempo fa scoppiò lo scandalo, sembrò che a essere coinvolte fossero solo due o tre figure, venne fuori che qualcuno aveva partecipato a delle cene, e attenzione, non c'è nulla di penalmente rilevante, neanche di particolarmente illecito a partecipare a una cena, certo poi ne è nato uno scandalo che ha portato alle dimissioni di molti membri del Csm. Ma qui ora viene fuori che in realtà è il sistema che non funziona, tutto il sistema, è la stessa organizzazione del Csm che non funziona, non soltanto le nomine, ma anche il meccanismo con cui si scelgono i rappresentanti del Csm, perché è un meccanismo che ovviamente prevede la costruzione di un consenso, la costruzione di rapporti politici, perché di questo si tratta, di relazioni che sono sindacal-politiche, e questo non va bene, perché si dice che il magistrato deve essere autonomo da tutto, dalle pressioni, dalla politica e così via, ma non è autonomo dalle correnti, e quindi da un vincolo sindacale che produce ciò che stiamo vedendo". Il quotidiano La Verità in questi giorni sta scrivendo accuse ben precise: "Sulla nomina del vicepresidente del Csm, nonostante le chat che abbiamo pubblicato, nessuno fiata. Dalle intercettazioni emerge un panorama da cui si capisce che la politica e uno dei sindacati stessi della magistratura si sono dati da fare. Tanto è vero che, vado a memoria, mi pare ci sia anche un'intercettazione dove uno dice "l'ho messo lì io" e "quindi adesso mi deve rispondere". E allora mi chiedo, che immagine vuole che ci facciamo noi cittadini, nel complesso, di uno che, magari a torto, possa rivendicare una cosa del genere su una posizione così importante come quella di vicepresidente della magistratura che sta sotto soltanto al capo dello Stato?". Luca Lotti e Cosimo Ferri, ha scritto ancora "La Verità", non si interessarono solo della nomina di Ermini alla vicepresidenza del Csm, ma anche del cambio al vertice della procura di Roma, sostenendo il procuratore generale di Firenze Marcello Viola. Intorno alla nomina del nuovo procuratore di Roma, ha detto ancora Belpietro, "c'è stata una guerra per scegliere l'uno piuttosto che l'altro, ma si capisce soprattutto che tutto nasce dalla procura di Roma, che è sempre stata, fin dalla Prima repubblica, la procura più importante, la procura chiave, perché da lì passano tante cose che riguardano la politica". "Tutta questa vicenda deflagra per questo motivo - è il pensiero del direttore - perché c'è di mezzo la procura di Roma, e allora si comincia a dire che quello aveva il fratello così, quell’altro il cugino in quell'altro modo, lo zio, il nonno, pur di bloccare la nomina o di influire sulla nomina". Ormai è chiaro che lo scandalo scoppiato a Piazzale Clodio non è un caso isolato, ma riguarda tutta la Procura di Roma. Perchè se nelle intercettazioni c'è poco di rilevante dal punto di vista penale, quello che finisce sotto accusa è il sistema. La riflessione, dunque, non riguarda il singolo magistrato, ma il modo in cui vengono fatte le nomine, come viene composto il Csm. Riguarda il ruolo delle correnti, che sono di fatto dei sindacati politici e fanno gli interessi non di una categoria in generale, ma dei loro tutelati, e questo significa una cosa, che si fa un mercanteggiamento e si tenta di favorire delle nomine in base a dei criteri che non sono quelle professionali, ma quelli di appartenenza politica. Il silenzio oggi del mainstream ne è la riprova.


Per non parlare del silenzio del Presidente della Repubblica, che dovrebbe essere il garante supremo della magistratura.

Noi non pubblicheremo nemmeno un rigo delle intercettazioni, perchè contrari all'utilizzo sia processuale che mediatico di questo strumento.


A differenza dei magistrati - che oggi si difendono affermando che non si possono costruire indagini e processi sulle chiacchierate telefoniche, mentre con le intercettazioni hanno fatto cadere governi, "suicidato" persone, rovinato la vita di migliaia di italiani e sbattuto in galera tantissimi connazionali - noi anche oggi ci teniamo lontani da questa pratica spiona e spesso forviante. Rimaniamo contro la società del "grande fratello" e del controllo totale, anche quando a finire sotto il tritacarne sono boia e aguzzini che per decenni hanno massacrato centinaia di italiani. Quello che accusiamo è il silenzio dei media, sempre forcaioli contro i comuni mortali e inginocchiati agli uomini di potere e di quando sia corrotto e potente il mondo delle procure. La magistratura italiana - figlia della guerra civile e della resistenza partigiana e della riforma Togliatti, conquistata dal partito comunista negli anni 60 e 70, da sempre strumento di potere della sinistra italiana - andrebbe riformata e liberata dall'odio ideologico. Separazione delle carriere, PM fuori e lontani dai Tribunali come lo sono le difese, responsabilità penale e civile dei giudici e fermare le gogne mediatiche che spesso preparano processi e condanne. Chiediamo troppo? No, solo una giustizia giusta!

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