• Giuliano Castellino

PIANETA CARCERI: L'AVVOCATO TAORMINA RISPONDE AI DETENUTI DI REBIBBIA



PIANETA CARCERI: L'AVVOCATO TAORMINA RISPONDE AI DETENUTI DI REBIBBIA


L'avvocato Carlo Taormina, nostro amico e nostro redattore, Uomo libero e professionosta eccellente, risponde ai reclusi del carcere romano di Rebibbia.

In Italia la situazione nelle carceri è tutt'altro che rosea e riflette appieno le disfunzioni e l'inefficienza generali della giustizia.

A farne le spese - tra lungaggini apparentemente inspiegabili, applicazioni arbitrarie di norme, scarso rispetto dei termini e, sovente, mancanza della necessaria dialettica tra accusa e difesa - sono coloro che, a vario titolo, hanno a che fare quotidianamente con le aule di tribunale.

(Salutiamo e abbracciamo in particolar modo Corrado e i ragazzi del Penale, Lorenzo, Valentino, Marco e Romano. E Franco, Turco, Marco Ovo, Marco M, Lello, Ettore, Alessandro e tutti gli amici privi di libertà).


A cura di Giustino D’Uva

in collaborazione con i ragazzi reclusi nella casa circondariale di Rebibbia


In Italia la situazione nelle carceri è tutt’altro che rosea e riflette appieno le disfunzioni e l’inefficienza generali della giustizia.


A farne le spese - tra lungaggini apparentemente inspiegabili, applicazioni arbitrarie di norme, scarso rispetto dei termini e, sovente, mancanza della necessaria dialettica tra accusa e difesa - sono coloro che, a vario titolo, hanno a che fare quotidianamente con le aule di tribunale ed il pianeta carcere.


Di tutto ciò abbiamo parlato con il noto Avvocato penalista Carlo Taormina, al quale abbiamo sottoposto delle domande provenienti dal carcere romano di Rebibbia.


(Salutiamo e abbracciamo in particolar modo Corrado e i ragazzi del Penale, Lorenzo, Valentino, Marco e Romano. E Franco, Turco, Marco Ovo, Marco M, Lello, Ettore, Alessandro e tutti gli amici privi di libertà).


Avvocato Taormina, qual è la situazione attuale del Tribunale di Sorveglianza di Roma? Sulla base della sua grande esperienza, è in linea con gli altri tribunali italiani in quanto a tempi di risposta e di accoglimento/rigetto istanze? Se no, quale ritiene che ne siano le ragioni?


Innanzitutto va detto che il Tribunale di sorveglianza è l’organo preposto al vaglio sulla legalità dell’esecuzione della pena, quindi è inutile dire che riveste una funzione essenziale per l’intero ordinamento penale.

Purtroppo, ad oggi la situazione romana è tra le più critiche d’Italia, con delle vicende che sono a dir poco intollerabili, perché pregiudicano talvolta irreparabilmente l’esercizio delle legittime prerogative difensive. Spesso, infatti, accade che gli avvocati difensori sono letteralmente impossibilitati finanche a conoscere l’esito delle istanze; ad interloquire con i magistrati, i quali arbitrariamente rifiutano di confrontarsi per ragioni totalmente assurde ed inaccettabili; ad esaminare compiutamente i fascicoli presso le varie segreterie. A ciò si aggiunge un tempo di attesa per l’istruttoria delle pratiche che è biblico, con danni che sono inimmaginabili per i condannati degli istituti penitenziari del Lazio, in balìa di un’inefficienza vergognosa.

Le ragioni di questo, da un lato, vanno riscontrate nella sistemica carenza di organico e nell’inefficienza delle cancellerie, dall’altro in questioni che potremmo definire di natura politica: c’è, anche in taluni magistrati, una indolenza ed una sicumera che inducono ad un’arbitraria inattuazione dell’ordinamento penitenziario, con una sistematica negazione di misure alternative, permessi e decisioni tempestive sulla liberazione anticipata.


Secondo il suo parere, è corretto che per una fattispecie criminosa sia concesso al giudice di applicare una pena ricompresa in una così ampia forbice di anni di reclusione? Non si rischia, a parità di reato, di irrogare una sanzione troppo differente da caso a caso, con divergenze anche di diversi anni di detenzione?


In realtà il giudice teoricamente non è libero nel decidere in concreto la pena da irrogare, visto che la legge impone una serie di limiti e criteri precisi da adottare. Il codice penale prevede la cosiddetta pena edittale (o forbice edittale); dopodiché il giudice dovrebbe, sulla base del fatto concreto che sia stato oltre ogni ragionevole dubbio ascritto al responsabile, orientarsi discrezionalmente e scegliere, entro limiti rigorosi, la pena giusta per il singolo caso ed il singolo colpevole.

Per farlo, il giudice dovrebbe tenere da conto tutte le caratteristiche del fatto criminoso, oggettive e soggettive: la natura del reato, i mezzi, l’oggetto, il tempo, il luogo, la gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa, nonché soprattutto l’intensità del dolo o il grado della colpa, quindi l’atteggiamento psicologico del reo, nonché la capacità a delinquere dello stesso.

Tutti questi parametri, se correttamente valutati secondo le prescrizioni di legge, porterebbero ad un’applicazione uniforme della pena.

Il problema è un altro, e cioè che spesso il giudice abusa della propria discrezionalità, per ragioni ascrivibili ad una carenza di formazione di base, oppure, il ché è anche peggio, a motivazioni di ordine ideologico. Per questo dovrebbe, piuttosto, discutersi di responsabilità dei magistrati nell’esercizio delle loro funzioni, visto che il loro pressoché totale senso di impunità porta inevitabilmente ad errori ed abusi le cui conseguenze comportano un’inevitabile compressione dei diritti dei detenuti.


Le statistiche ci dicono che la concessione delle misure alternative avviene, a livello nazionale, a macchia di leopardo e non invece in modo uniforme.


Il Tribunale di Roma, anche in questo caso, non spicca per efficienza. Crede che esista una spiegazione plausibile? Oppure si tratta semplicemente della coesistenza di tribunali più “illuminati” ed altri più restii alla concessione dei benefici previsti dalle norme?


Le misure alternative alla detenzione devono essere espressamente dirette a realizzare la funzione rieducativa della pena, andando a ridurne l’afflittività ed a garantire il pieno reinserimento sociale del reo, quindi incidono sulla fase esecutiva della pena.

Anche in questo caso la legge, pur dettando criteri stringenti in ordine all’applicabilità delle stesse, conferisce al giudice di sorveglianza ampia discrezionalità in relazione alla valutazione del comportamento del colpevole e del suo concreto recupero sociale; pertanto direi che vale quanto detto poc’anzi, a proposito della determinazione delle pene detentive da applicare.

Purtroppo, la magistratura nel nostro Paese gode di impunità e prerogative superiori a quelle di ogni altro potere dello stato, e quindi la soluzione a questi problemi non può che essere politica, con la necessità di una riforma ampia e strutturale dell’intero ordinamento giudiziario.

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