• Giuliano Castellino

NOSTRO SCOOP!!! CASO SHALABAYEVA: UNA BRUTTA STORIA, CON AL CENTRO TOGHE, SERVIZI E POLIZIA



SCOOP DE L'ITALIA MENSILE. INCREDIBILE STORIA ALL'ITALIANA.

CASO SHALABAYEVA: UNA BRUTTA STORIA, CON AL CENTRO TOGHE, SERVIZI E POLIZIA


Caso Shalabayeva: un vecchio pasticciaccio brutto, con al centro Magistratura, Servizi e Polizia, torna d’attualità.


di Roberto Fiore e Giuseppe Provenzale


È ormai passato qualche anno da quel pasticciaccio brutto che fu il caso Shalabayeva, ma c’è un processo ancora in corso a Perugia su cui qualche timido riflettore si sta accendendo; un procedimento, per sequestro di persona ed altri 18 capi d’accusa, che, però, non coinvolge ancora, se non come testimoni, i magistrati pur interessati alla scabrosa faccenda, fatta eccezione per una giudice di pace romana, ma solo i poliziotti.


Tutti, giudici e questurini, hanno fatto carriera da allora, tranne uno, ma alla sbarra ci sono solo i secondi, e non l’hanno presa bene.


I fatti

Roma, era la fine di maggio del 2013 quando Alma Shalabayeva, moglie di un noto dissidente politico ed ex ministro del Kazakistan, insieme alla figlia che aveva allora 6 anni, fu prima arrestata e poi sequestrata dalla Polizia di Stato; il Ministro dell’Interno, governo Letta, era allora Angelino Alfano.


Non riuscendo a rintracciare il marito, Mukhtar Ablyazov, alcuni funzionari kazaki presenti in Italia chiesero e ottennero dalle autorità italiane, sulla base di accuse di terrorismo prese per buone, che madre e figlia fossero violentemente arrestate - una cinquantina gli uomini impegnati nell’operazione con irruzione nell’abitazione, una villa a Casal Palocco, in cui si trovavano con dei parenti – ed espulse, per poi essere rimpatriate personalmente in Kazakistan, per altro con un aereo privato dagli stessi kazaki noleggiato allo scopo, al fine di convincere Ablyazov a costituirsi.


Uno schifoso ricatto nei confronti del dissidente, quindi, voluto dal regime dittatoriale dell’ex repubblica sovietica e agevolato, non si sa in cambio di cosa, dalle nostre autorità che agirono, infine, come se si trattasse di un rimpatrio ordinario, motivato dalla presunta falsità del passaporto della donna, che invece era assolutamente autentico.


Secondo la testimonianza della signora, inoltre, che, inascoltata richiese asilo politico, la presenza durante quei giorni concitati di fine maggio di uomini e donne dei Servizi sembra far parte della scena.



I protagonisti

Il tutto venne reso possibile da Maurizio Improta, all’epoca dei fatti dirigente dell’ufficio immigrazione della Questura di Roma, poi promosso Questore di Rimini (30 marzo 2015) e qualche anno dopo capo della Polizia ferroviaria (25 marzo 2019), e da Renato Cortese, allora capo della squadra mobile della Questura di Roma, poi nominato capo dello SCO (servizio centrale operativo) della Polizia di Stato (30 marzo 2015) e successivamente Questore di Palermo (1 marzo 2017), con il concorso di altri funzionari minori e del Giudice di pace Stefania Lavore.


Ma, la Lavore (come gli altri sotto processo a Perugia - le ultime udienze si sono tenute tra gennaio e febbraio, prima del blocco Covid - per concorso in sequestro di persona aggravato, falso ideologico, abuso d’ufficio, omissione di atti d’ufficio e altri reati minori per ciascuna delle fasi che hanno caratterizzato la vicenda dell’arresto, dell’espulsione e del conseguente rimpatrio della moglie del dissidente kazako), che aveva convalidato il momentaneo trattenimento della Shalabayeva presso il CIE di Ponte Galeria a Roma, intercettata dai Carabinieri è consapevole di essere l’ultimo chiodo della carrozza: "Mi avrebbero schiacciato, ho fatto “pippa” (che a Roma significa ho dovuto obbedire ndr). Non ho “sputtanato” nessuno, hanno pagato il mio silenzio, i panni sporchi si lavano in casa".

Come è noto i giudici di pace sono retribuiti a cottimo e non hanno certo la possibilità di opporsi a forti pressioni o ad offerte economiche che non sarebbe conveniente rifiutare.


Ed è qui che si apre un capitolo quasi ignorato nell’intera faccenda: le accuse arrivano dall’ex avvocato della Shalabayeva, Federico Olivo, che focalizza l’attenzione su quanto appreso dalla Procura di Roma sulle fasi precedenti un’espulsione e un immediato rimpatrio immotivati e illegittimi, oltre che ad altissimo rischio per madre e figlia, come, già dal mese successivo, accertato dal Tribunale del riesame che annullerà la convalida del sequestro di denaro contante e materiale elettronico operato dalla squadra mobile nel corso dell’irruzione nella villa di Casal Palocco su autorizzazione della Procura capitolina.


Questo primo provvedimento fu subito seguito a luglio dalla revoca dell’espulsione, decisa dal Prefetto di Roma e che costrinse Giuseppe Procaccini alle dimissioni dall’incarico di capo di gabinetto del Ministro dell’Interno, e da altri provvedimenti nella stessa direzione.

Ma torniamo alle rivelazioni dell’avvocato Olivo.

Un pm, afferma il legale in qualità di teste, “mi confidò che, mentre stavano decidendo come comportarsi circa il rimpatrio, ricevette pressioni dall’ufficio immigrazione della Questura”, quel pm era Eugenio Albamonte, poi promosso ai vertici dell’Anm, che rispondeva del suo operato all’allora Procuratore capo Giuseppe Pignatone, oggi presidente del Tribunale vaticano.

Sono i giorni tra il 30 e il 31 maggio del 2013, l’arresto immotivato della Shalabayeva era avvenuto nella notte tra il 28 e il 29, e il nulla osta per l’espulsione viene prima concesso dai due magistrati, in modo alquanto inusuale, “verbalmente”, come afferma Albamonte - smentito però da un collega, l’aggiunto Agnello Rossi -, poi congelato, come sostiene l’avvocato Olivo dopo il colloquio con Albamonte, e infine nel pomeriggio del 31 formalmente rilasciato dopo che pm e Procuratore capo si sono nuovamente consultati sulla base della documentazione in loro possesso.


Tutto regolare secondo Albamonte e Pignatone, non secondo Olivo che torna dalla sua cliente convinto di averne scongiurato il rimpatrio in un Paese ben noto alle autorità italiane per le gravi e costanti violazioni dei diritti umani.


Chi non vede nulla di chiaro nell’operato della Procura romana “porto delle nebbie” è anche l’allora capo della Polizia Alessandro Pansa, che chiama in causa il procuratore capo ed il pubblico ministero in carriera e chiede una ulteriore perizia sul passaporto centroaficano della donna da parte del RIS.


Così Improta al processo:”Andammo in comitiva Della Rocca (questore di Roma all’epoca, poi promosso vice capo della Polizia), Cortese e io. Il procuratore si alterò quando il questore disse che il capo della Polizia voleva che disponesse la perizia dei RIS.


La riposta fu: ”Il capo della Polizia faccia il capo della Polizia, io faccio il capo della procura e per me il passaporto è falso”, “e ci liquidò tutti e tre ”.


E oggi chi non gradisce, nonostante le provvidenziali promozioni, il ruolo di principale capro espiatorio senza il naturale coinvolgimento diretto della Procura più tristemente nota d’Italia è l’attuale capo della Polfer, e appartenente ad una dinastia di poliziotti famosi, Maurizio Improta, figlio di Umberto, che nell’udienza perugina del 24 febbraio, terza sezione penale, ha, tra le altre cose, dichiarato: “Il pm Eugenio Albamonte me l’ha fatta pagare”.


Lo scaricabarile è evidente, così come lo è la differenza di peso specifico a vantaggio della lobby dei magistrati all’interno del losco sodalizio.


Conclusioni

1) Albamonte e Pignatone danno il proprio nulla osta al provvedimento di espulsione pur sapendo che è un atto assolutamente illegittimo, lo dice Albamonte all'avvocato Olivo attribuendo la responsabilità alle forti pressioni di Improta.


2) Albamonte mente all'avvocato della Shalabayeva garantendo lo stop dell'operazione di espulsione proprio mentre l'aereo decollava, perpetrando così un vero e proprio sequestro con relativa deportazione, il tutto aggravato dalla presenza di una bambina di sei anni.


3) Pignatone ed Albamonte rifiutano una perizia dei RIS sul passaporto diplomatico della Shalabayeva, mostrando una premura quanto meno sospetta.


4) Improta, così come tutti gli altri i soggetti coinvolti, riceve una promozione a conclusione di questa operazione sbirresca e banditesca, che lo porterà alla Questura di Rimini per quattro anni e poi alla direzione della Polfer, ma poi, incastrato, si scaglia contro il pm che diventerà presto presidente dell'ANM.


Il duo Albamonte-Improta - sull'operato di quest'ultimo a Rimini avremo presto altre cose da dire, le imprese di Albamonte stanno per venir fuori in tutto il loro squallore con l'appendice italiana dell'Obama Gate per le quali sempre a Perugia è inquisito - si è prestato a questa rocambolesca operazione dando vita ad un sodalizio di fatto non certamente marcato da idealismo democratico, ma, probabilmente, da motivi abietti. Che il sodalizio sia poi venuto meno fa parte del gioco.


Questi uomini, ancora oggi ai vertici di Polizia e Magistratura grazie a quanto hanno compiuto in questa occasione, dovrebbero essere essere condannati e disonorati.


Gente sempre in prima fila quando c’è da guadagnare e far carriera, colonne portanti di un deep State all’Italiana che sembra più resistente ai venti contrari di qualsiasi politico di vertice.


Ma a noi, che siamo a conoscenza di fatti e storie che tanti non possono conoscere, questi e altri soggetti appaiono solo come gli ultimi, disperati difensori di un'oligarchia di potere che sta morendo.


Per approfondire:

https://dirittopenaleuomo.org/wp-content/uploads/2020/01/Giglio_affaire-Shalabayeva-DEF.pdf

https://www.slideshare.net/franceskerrante/shalabayeva-le-carte-del-pasticcio-dimenticato-panorama-20042017

https://www.open.online/2020/01/26/pressioni-sulla-procura-di-roma-per-estradare-la-moglie-del-dissidente-svolta-al-processo-shalabayeva/

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