• Giuliano Castellino

NEI SECOLI INFEDELI...



NEI SECOLI INFEDELI...


Chi sono i veri criminali?

Di fronte abbiamo ormai uno Stato che fa della violenza legittimata e diffusa uno strumento di repressione e difesa di interessi personali e statali.

I suoi servitori ne sono la degna rappresentanza.

Dal caso Cucchi all'omicidio Cerciello Rega, dalla Caserma Levante all'uccisione di Sara Mollicone: l'Arma alla sbarra, ma basta parlare di mele marce.

Questo è un sistema marcio fino al midollo.

Solo il popolo, organizzato ed unito, può spazzare via questo regime, corrotto, sfruttatore e criminale e guidare l'Italia.


di Giuliano Castellino


Le cronache di questi giorni sono a dir poco sconvolgenti, dall'ormai noto processo per il depistaggio del caso Cucchi all'omicidio del vicebrigadiere dell'Arma Mario Cerciello Rega, dalla Caserma Levante di Piacenza al rinvio a giudizio per l'omicidio della giovane Serena Mollicone: tutti casi dove sono coinvolti i carabinieri.


Su Cucchi ormai c'è poco da dire se non il fatto che rimane una delle pagine più vergognose della storia d'Italia. Un ragazzo massacrato fino alla morte, "sequestrato", nascosto per giorni alla famiglie e lasciato morire su un letto di un ospedale carcerario.

Tutto con la complicità e la copertura dei vertici dei carabinieri oggi alla sbarra.

Anzi, se dobbiamo dirla tutta, sono anche pochi gli uomini di Stato finiti sul banco degli imputati.

Altri dovrebbero essere chiamati a rispondere di quel barbaro omicidio: giudice e Pm che fecero la direttissima e la convalida di arresto, che ignorarono le condizioni di Stefano, tutti gli agenti di Polizia penitenziaria che lo hanno scortato in quei giorni ed anche i medici del Pertini.


Così come delle scuse alla famiglia Cucchi andrebbero pretese e richieste ad ex ministri come Giovanardi, La Russa e Salvini.


Un anno fa a Roma, in via Cassio, zona Prati, il vicebrigadiere dell'Arma Mario Cerciello Rega veniva ucciso da due turisti americani. Anche su questa storia molte sono le ombre.

Perchè i due carabinieri andarono all'incontro con i due turisti senza pistola e tesserino? Che rapporto avevano gli operanti con gli spacciatori coinvolti? Perchè si scambiavano migliaia di messaggi?

Fatalità le telecamere della banca che avrebbero inquadrato tutta la scena del delitto, erano spente...

Dopo 12 mesi esatti e l'inizio del processo sono molti i buchi neri di questa vicenda, ma la storia che sta emergendo è ben diversa da quella raccontata nei giorni seguenti.

La domanda che ormai tutti si pongono è la seguente: quella sera i due carabinieri agirono per l'Arma o a difesa di un loro amico spacciatore?


In questi giorni è scoppiato il caso dei carabinieri di Piacenza, tanto che si è arrivati all'azzeramento della catena di tutto il comando provinciale e al sequestro della Caserma Levante.


Ieri, nel giorno degli interrogatori dei carabinieri arrestati a Piacenza, il comando generale dei carabinieri ha disposto il trasferimento dei vertici locali dell'Arma: a partire da ieri hanno lasciato l'incarico il comandante provinciale Stefano Savo, il comandante del reparto operativo Marco Iannucci e il comandante del nucleo investigativo Giuseppe Pischedda.

I tre, per onor di cronaca e verità, non sono coinvolti al momento nell'inchiesta, ma la decisione è stata presa, sottolineano fonti dell'Arma, "da un lato per il sereno e regolare svolgimento delle attività di servizio, dall'altro per recuperare rapporto di fiducia tra la cittadinanza e l'Arma".


Non solo. E' previsto per la prossima settimana un sopralluogo dei carabinieri del Ris di Parma all'interno della caserma Levante, finita sotto sequestro.

Gli specialisti hanno ricevuto l'incarico per una perizia tecnica, dovranno cercare tracce biologiche ed ematiche che potrebbero essere connesse con i pestaggi, e non solo, avvenuti nei locali.


Ricordiamo che i carabinieri arrestati sono accusati di pestaggi, torture e spaccio di sostanze stupefacenti.


Infine è sempre di ieri la notizia del rinvio a giudizio per l'omicidio della giovane Serena Mollicone del maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, la moglie Anna Maria, il figlio Marco, il maresciallo Vincenzo Quatrale e l'appuntato Francesco Suprano.


Tutti a giudizio. Dopo un'infinità di depistaggi e misteri. Il Tribunale di Cassino dovrebbe finalmente chiarire cosa è accaduto a Serena Mollicone, sparita diciannove anni fa da Arce, in provincia di Frosinone, e trovata soffocata in un boschetto.


Una storia pesantissima, cui da tempo è calata un'ombra terribile, quella che la diciottenne possa essere stata uccisa in quello che doveva essere il luogo più sicuro del suo paese: la caserma dell'Arma.

La prima udienza è fissata per il prossimo 11 gennaio.


Il gup di Cassino, Domenico Di Croce, ha infatti disposto il rinvio a giudizio del maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, della moglie Anna Maria, del figlio Marco, del maresciallo Vincenzo Quatrale e dell'appuntato Francesco Suprano. La famiglia Mottola e Quatrale sono accusati di concorso nell'omicidio. Quatrale, inoltre, è accusato di istigazione al suicidio del brigadiere Santino Tuzi. Infine Francesco Suprano è accusato di favoreggiamento.


Serena Mollicone sparì da Arce il 1 giugno 2001 e venne trovata dopo due giorni in un boschetto ad Anitrella, una frazione del vicino Monte San Giovanni Campano, senza vita, con le mani e i piedi legati e la testa stretta in un sacchetto di plastica. Due anni dopo, accusato di omicidio e occultamento di cadavere, venne arrestato Carmine Belli, un carrozziere di Rocca d'Arce, poi assolto dopo aver trascorso da innocente quasi un anno e mezzo in carcere.


Le indagini hanno quindi ripreso vigore nel 2008 quando, prima di essere interrogato di nuovo dai magistrati, il brigadiere Santino Tuzi si tolse la vita, secondo gli inquirenti perché terrorizzato dal dover parlare e confermare quanto aveva riferito su quel che era realmente accaduto nella stazione dell'Arma di Arce sette anni prima, ovvero di aver visto entrare appunto nella caserma Serena il giorno dell'omicidio e di non averla mai vista uscire.


Alla luce dei nuovi accertamenti compiuti dai carabinieri di Frosinone, dai loro colleghi del Ris e dai consulenti medico-legali, il pm Maria Beatrice Siravo, facendosi largo in una selva di depistaggi andati avanti per diciannove lunghi anni, si è così convinta che la diciottenne il giorno della sua scomparsa si fosse recata presso la caserma dei carabinieri, che avesse avuto una discussione con Marco Mottola, il figlio dell'allora comandante della locale stazione dell'Arma, e che lì, in un alloggio in disuso di cui avevano disponibilità i Mottola, la giovane fosse stata aggredita.


La studentessa avrebbe battuto con violenza la testa contro una porta e, credendola morta, i Mottola l'avrebbero portata nel boschetto. Vedendo in quel momento che respirava ancora, l'avrebbero soffocata e sarebbero iniziati i depistaggi.


Oggi non c'è più papà Guglielmo a combattere per cercare di ottenere la verità su quanto accaduto alla giovane studentessa. Consumato dalla tragedia e da lungo tempo trascorso a cercare di non far finire definitivamente le indagini in archivio, l'anziano genitore è morto il 31 maggio scorso, dopo essere stato colto da infarto nel novembre precedente mentre era nella sua abitazione ed essere entrato in coma senza mai risvegliarsi.


Tutte storie drammatiche, che delegittimano uno Stato ormai disarticolato e marcio fino al midollo, che vede i suoi servitori mostrare il vero volto di un regime ormai crollato nelle sue strutture più profonde.


Chi ci dovrebbe difendere è ormai solamente una lobbie di privilegiati e garantiti, spesso, anzi quasi sempre, impuniti. Figli di un degrado generale e generazionale, di un'italianità ormai offesa ed umiliata, drogata, viziata e viziosa, che non ha più rispetto di ruoli e competenze, ma che fa dell'arroganza e della sopraffazione uno stile comportamentale.


Di fronte abbiamo uno Stato sfruttatore e tiranno, usuraio e venduto, che fa dell'uso diffuso e legittimato della violenza lo strumento di repressione e difesa di interessi (statali e personali) e posizioni di rendita.


Ormai parlare di mele marce ci sembra molto limitante ed anche offensivo nei confronti dei milioni di italiani che ogni giorno subiscono prepotenze e angherie dagli uomini in divisa, che tra l'altro si coprono e si difendono.


Se alla cronaca ci aggiungiamo il caso Palamara o la sentenza Berlusconi l'unica cosa che ci domandiamo è come sia stato possibile arrivare a tanto e che non c'è davvero più possibilità di una rigenerazione sana all'interno del sistema, ma che questo regime va combattuto e sostituito totalmente.


In assenza di una classe politica seria ed anche di un'opposizione credibile e non serva, solo il popolo organizzato può riprendere le redini di una nazione allo sbando, ormai ridotta alla fame e messa in catene, da una tirannia violentissima e criminale.


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