• Giuliano Castellino

LE SARDINE NELLA RETE DI SOROS E BENETTON




LE SARDINE NELLA RETE DI SOROS E BENETTON

di Angelo Spaziano e Rolando Rinaldi

dal numero di Marzo 2020 de L'ITALIA MENSILE Quello del “popolo delle sardine”, che negli ultimi tempi ci è stato proposto e imposto dai media nazionali come un movimento giovanile autenticamente spontaneo e fondamentalmente apartitico, è un fenomeno alquanto esemplare. Esemplare e sintomatico, poiché costituisce un valido strumento per comprendere a tutto tondo la valenza dei metodi di persuasione coatta e di controllo dell’opinione pubblica messi in campo dai poteri forti. Stiamo parlando di meccanismi psicomanipolatori ormai invalsi nelle maggiori democrazie dell’occidente e non: moderni metodi di subornazione e coartazione dell’opinione pubblica globale, tecniche ciniche e spregiudicate, sofisticate, suscitatrici di bisogni artificiali fabbricati e indotti nelle coscienze delle masse. Pioniere di queste tecniche è Edward Bernays, personaggio alquanto triste, salito alla ribalta delle cronache di costume statunitensi dello scorso secolo e precipitato nell’oblio dopo una lunga e dannatamente infaticabile esistenza. Un’esistenza malamente spesa nell’ideare e nel mettere in pratica i peggiori e perversi meccanismi di plagio delle anime dell’universo mondo. Bernays, nipote degenere di Sigmund Freud, intuì infatti che subdoli strumenti manipolatori del profondo sono in grado di determinare e modificare a livello subliminale i comportamenti e le scelte degli esseri umani. Elementi inconsci e atavici sarebbero pertanto alla base anche delle decisioni individuali apparentemente più originali e meno catalogabili in comodi stereotipi o vieti cliché. Questi elementi inconsci sono suscettibili di essere utilizzati, se abilmente impiegati, allo scopo di dirigere e determinare per motivi commerciali, di marketing o di altro genere i gusti della gente, includendo naturalmente nel novero pure gli orientamenti politici, anch’essi considerati merce tra le merci. La filosofia più importante di Bernays, pertanto, teorizzava e metteva in atto pratiche manipolatorie dei singoli cervelli onde coartare subdolamente la pubblica opinione allo scopo di suscitare nuovi bisogni e determinare nuove dipendenze. In altre parole, si trattava di una diabolica scienza mirata ad eterodirigere le scelte del pubblico, in modo di “convincerlo” ad acquistare prodotti di ogni risma non più per necessità, come accadeva fin dagli albori della civiltà, ma per semplice, edonistico, piacere fine a sé stesso. Un piacere mirato a soddisfare solo in via provvisoria un’inestinguibile sete di merci da acquistare e consumare senza pensare. Merci destinate a loro volta a suscitare ulteriori desideri, alimentando una perversa spirale maniacale-compulsiva anelante al possesso di una sterminata congerie di beni effimeri da usare e da gettare subito dopo, per essere immediatamente rimpiazzati da altri generi da rottamare anch’essi nello spazio di un mattino. Erano gli albori dell’oscena orgia consumistica, rovinosa per lo spirito e rapinosa per il pianeta, messa in atto di lì a poco dai rapaci fautori del vetero-capitalismo rampante. Identico discorso nell’ambito politico e culturale, con opinionisti e tuttologi dello star system scatenati in un diabolico lavaggio collettivo dei cervelli finalizzato a sostituire, all’interno delle coscienze individuali, il pratico e il concreto con l’utopia e il sogno, la cultura con la cronaca, il sapere con le nozioni, l’esperienza con il fai da te. Del tutto inconsapevoli (o forse fin troppo consapevoli…) che il sonno della ragione prima o poi genera mostri. Il “capolavoro” di Bernays, tanto per fare un esempio, fu sicuramente la campagna pubblicitaria per blandire il sesso femminile tramite le sirene del glamour e dell’emancipazione, onde spingerlo alla deleteria pratica del fumo. Uno status symbol fino ad allora esclusivo appannaggio dell’universo maschile, ma che, da quel momento in poi, ebbe come portato l’impennata del cancro polmonare nelle incaute americane cadute nella trappola. Se abbiamo accennato a Bernays è semplicemente perché le odierne sardine, frutto degenere dell’antipolitica ma funzionali a una “certa” politica, rappresentano appunto una grande illusione massmediatica. Illusione artatamente allevata e lautamente sovvenzionata per ipotizzare e promuovere il vuoto pneumatico, il luogo comune e l’omologazione militante. Poiché questi “campioni” del pensiero debole vengono chiamati a raccolta con semplici slogan e melense banalità pseudointellettualistiche non per stigmatizzare, come sarebbe naturale e logico in una matura democrazia, le defaillance dell’esecutivo in carica, bensì per criminalizzare le forze d’opposizione. E segnatamente un solo uomo che l’opposizione, a loro dire, la incarnerebbe al peggio (o al meglio…). Un leader politico, Matteo Salvini, fanaticamente identificato e bersagliato come bieca sorgente di odio e incarnazione del male assoluto. Un movimento, quello delle sardine, che lungi dal proporre alcunché, funge da stampella ai poteri forti, a riprova di come sia grave in Italia il gap cognitivo e coscienziale che separa la realtà di tutti i giorni dalle fole ideologiche e intellettualistiche di una sinistra ormai alla canna del gas. Chiodo fisso di questa manica di sprovveduti senza arte né parte è il demoniaco crisma di “fascismo” e di “razzismo” con cui sono usi liquidare sbrigativamente ad ogni pié sospinto chiunque non la pensi come il gregge. Fascismo e razzismo immancabilmente e naturalmente annidati, a parer loro, nei recessi più nascosti dell’impalcatura neuronale nazionale. Categorie politiche estintesi ottant’anni fa ma eternamente pronte, a sentire questi miserabili, a scatenare lutti e rovine proprio come avvenne nel deprecato Ventennio. Non per niente l’unico libro che il loro “leader” Mattia Santori ha dichiarato di avere letto è “Il fascismo eterno” di Umberto Eco. Naturalmente il fatto di essersi fatto i selfie insieme con autentici gangster dell’ultracapitalismo da salotto e da rapina come Benetton e Toscani non turba per nulla la pelosa coscienza della caposardina. Che non si sente neppure in dovere di avanzare spiegazioni sulla sua tanto sbandierata “autonomia” messa immancabilmente al servizio permanente effettivo della penosa accolita giallorossa. Il fatto è che la grancassa pubblicitaria che fa da colonna sonora a questi fanatici del branco privo di forma e di sostanza è rivolta a precisi settori dell’opinione pubblica. Quelli giusti naturalmente. Fu proprio all’inizio degli Anni ’70 che una certa gauche caviar conquistò l’egemonia nelle università e nelle scuole di ogni ordine e grado portando avanti battaglie furbamente definite di emancipazione libertaria. Tutto ciò avvenne grazie alla pseudocultura promossa a suon di droghe, musica rock e rottura generazionale all’insegna del “vietato vietare”. Ciò determinò il sorgere della pratica dello sfruttamento commerciale di ogni forma di cultura, a cominciare da quella dell’intrattenimento, ad opera delle nuove classi dirigenti e professionali. In altri termini, un Fazio che strappa al servizio pubblico nazionale compensi stratosferici, o il guitto Benigni che per la sua squallida performance sanremese ottiene la bellezza di 300.000 euro, non fanno altro che assecondare i desideri e i gusti a suo tempo promossi nelle università e negli atenei espugnati dall’ideologia rossofucsia con la frode culturale e l’inganno ideologico. Proprio come le sardine, copia anastatica di quello che questa gente vuole vedere e intendere in fatto di giovani. È chiaro quindi che il movimento delle sardine è rivolto a un ben determinato gruppo umano, l’unico in grado di apprezzarlo e di stimarlo perché allevato a proiettare psicologicamente quest’idea di gioventù come costruzione mediatica rivolta alla sinistra radical chic. Pertanto chi non è di sinistra e non è radical chic non può apprezzarli eppure inevitabilmente è quasi chiamato a parlarne anche solo per deriderne il vuoto assoluto o la sconcertante stupidità. Un meccanismo che però, inevitabilmente, presta il fianco ancora una volta al loro gioco, dando luogo a un dualismo che di per sè non avrebbe ragione di esistere. Concludendo: le creature ideate dal “genio” di Romano Prodi non sono mai cadute nelle reti del potere perché sono state messe in piazza dal potere stesso e fanno parte, fin dall’inizio, della strategia antipopolare e antinazionale del Pd, delle banche e dei poteri forti che hanno oggi il loro punto di riferimento in quel di Bruxelles. Sono già morte e non è più il caso di parlarne. Forse non le avremmo mai dovute neppure prendere in considerazione. Perché se questo è ciò che passa il convento siamo costretti al più presto a… cambiare priore.

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