• Giuliano Castellino

CONTRO LA DITTATURA SANITARIA DON CAMILLO E PEPPONE UNITI PER LA LIBERTA' DELL'ITALIA




CONTRO LA DITTATURA SANITARIA DON CAMILLO E PEPPONE UNITI PER LA LIBERTA' DELL'ITALIA

ACCENDERE FUOCHI DI RESISTENZA AL GRIDO "ITALIA LIBERA!"


di Giuliano Castellino


Oggi l'Italia è una nazione in ginocchio, avvelenata fino al midollo, gettata in una dittatura - sanitaria - senza precedenti. Come nelle peggiori profezie orwelliane viviamo in uno Stato di Polizia che tutto controlla e tutto tenta di soffocare e reprimere.


Con gli arresti di massa, il fallimento medico e una serie di provvedimenti di emergenza (tutti anticostituzionali) sono riusciti nel loro intento, piegare l'Italia all'Oms, alla Cina, a Bill Gates, a vecchi e nuovi occupanti, Bruxelles compresa; alle mascherine/museruole, ai distanziamenti sociali e ai kapò.


Se abbiamo utilizzato un romanzo - 1984 di Orwel - per fotografare l'Italia del 2020, vogliamo utilizzare un altro libro per dare una speranza alla nostra nazione: Don Camillo e Peppone.


Anche quell'Italia, scritta da Giovannino Guareschi e rappresentata sullo schermo da Fernandel e Gino Cervi, era una nazione uscita a pezzi dalla sconfitta nella Seconda guerra mondiale. Non solo sconfitta, ma umiliata e mortificata a livello internazionale, dilaniata da una guerra civile, invasa ed occupata dagli anglo-americani e avvelenata da pesantissimi scontri ideologici. Le distruzioni morali e spirituali si sommavano a quelle materiali.


In quell'Italia figlia del mondo diviso, dove Usa e Urss dominavano e si spartivano il mondo ed i due "paradisi terrestri" dividevano popoli e nazioni, c'era un'altra Italia.


Un'Italia profonda, che non ragionava solo ed esclusivamente in termini ideologici.

L'Italiano medio che usciva da Brescello, ma ben presente e radicato in tutta Italia, aveva conservato, attraverso tante vicissitudini e tante sofferenze, un istintivo sentimento della cosa giusta da fare: nei confronti di se stesso, della propria famiglia, nei confronti del quartiere o del paese, nei confronti della città e della nazione.

Una romanità profonda, sacra e concreta, che non era soffocata dalla decadenza e dal declino dei giorni nostri.


Peppone è tutto il contrario dei comunisti moderni, attenti solo a gender e immigrati, al soldo di Soros, Clinton e Gates, lontanissimi dal popolo e dal territorio. Persona onesta e retta, non crede a rimedi politici universali. Ha fede in Dio, pur senza darlo a vedere.


Don Camillo è sacerdote forte, democristiano perché veste l'abito talare e perché non ha altra risorsa elettorale contro l'ateismo, da buon italiano è allergico alle regole ecclesiastiche o governative.

Parla direttamente con Cristo crocefisso, "pesante una tonnellata", è prete di popolo e di Chiesa.


Don Camillo è fervido anticomunista, ma vuole bene a Peppone, che seppur devoto al PCI teme sempre che qualcuno, dall'alto, lo costringa a fare più gli interessi di Mosca che quelli dei concittadini.


In circostanze normali il sindaco rosso ed il prete antisovietico litigano, s'insultano e si scazzottano; ma nel pericolo, di fronte a problemi collettivi da risolvere, trovano di fatto un accordo che trascende dalle ideologie e dalla bassa politica e in nome di una "superpolitica" - che non ha nulla a che fare con l'intrigo o gli accordi tattici tra partiti - trovano unità.


Nell'Italia di Guarreschi la modernità non era ancor giunta a devastare definitivamente le menti ed i cuori degli Italiani; il boom economico, il benessere, il consumismo, che avrebbero stravolto per sempre le nostre vite e destini, erano ancor lontani.


Oggi compito di chi vuole accendere i fuochi della resistenza alla dittatura sanitaria è quello di tornare a Don Camillo e Peppone.

In tempi di vacche magre, urge aiutarsi, compattarsi,

superare le rivalità. Tornare a comprendere che la vita non è un luna-park, non si viene al mondo per "realizzarsi" egoisticamente, a discapito del prossimo, ma per vivere una vita degna, per fare bene la propria parte.


Bisogna mandare a quel paese facebook ed instagram, Barbara D'Urso e il meinstream. Riscoprire quell'italianità sana e non vigliacca, genuina e popolare, che nei secoli ha fatto dell'Uomo italico faro di civiltà.


Rialzarsi in piedi riscoprendo la fede dei padri, alla Don Camillo, senza rifugiarsi nè nel modernismo estremo della Chiesa terzomondista e progressista, ma nemmeno nelle ridicole posizioni marginali di tradizionalisti da strapazzo, mai pronti a schierarsi, nemmeno in tempo di pandemia e chiusura della messe.


Così come bisogna riscoprire una socialità profonda, che al di là delle divianze di partito e la sudditanza a Mosca o altri e peggiori centrali, molti comunisti in buona fede avevano, soprattutto negli anni 50 e 60. Come Peppone.

Quando le sinistre lottavano per i lavoratori ed il proletariato, per il diritto alla casa e per le istanze sociali.


Sotto dittatura sanitaria bisogna far riabbracciare fede e diritti sociali, tricolori e lavoro, identità e popolo, liberarsi da vecchie contrapposizioni e superare vecchie ferite: in nome della nazione e della libertà, della sovranità e del popolo, dell'indipendenza e della giustizia sociale.


L'Italia del 2020 è sotto assedio e gli italiani sotto tirannia, oppressi da vecchi e nuovi sfruttatori.

Se sapremo tornare ad essere Don Camillo e Peppone e non Don Camillo contro Peppone, se torneremo ad essere "popolo unito ogni minaccia è vana (...) e salterà ogni catena!", potremmo tornare ad essere liberi.


ITALIA LIBERA! Non è solo uno slogan, ma una nuova bandiera, verde, bianca e rossa, da innalzare contro la dittatura in corso. Per una nuova rivoluzione italiana, figlia della nostra storia e civiltà millenaria.




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