• Giuliano Castellino

CASO CUCCHI: DEPISTAGGI E COPERTURE DA SUBITO



CASO CUCCHI: DEPISTAGGI E COPERTURE DA SUBITO.


La lunga e faticosa battaglia per arrivare alla verità sul caso Cucchi spesso diventa drammatica.

Ascoltare quello che hanno fatto aguzzini, agenti e giudici fa venire la pelle d’oca.

Udienza dopo udienza, processo dopo processo emergono verità sempre più vergognose.

Solo la determinazione della sorella Ilaria, l’umiltà e l’amore della famiglia e la tenacia dell’avvocato Anselmo hanno portato luce e giustizia in questo caso che sarebbe rimasto uno dei tanti omicidi di Stato coperto e silenziato.

Sono tanti che attendono verità: Amman, Eliantonio, Comuzzi, Aldro, Lonzi, Bianzino, Consiglio, Frapporti, La Penna, Favero, Scardello, Uva, Dragutonovic, Boccaletti, Gatti, Casalnuovo, Bianzino, Ferrulli, Budroni, Castro, Franceschi, Casu, Bruno, Ardizzone, Ferrulli, Magherini, De Cupis...

E tanti altri. Troppi. “Colpevoli” di essere stati assassinati da agenti in divisa.


di Giuliano Castellino


Quattro giorni dopo la morte di Stefano Cucchi i dirigenti e i vertici romani e laziali dell’Arma dei Carabinieri inviarono tre comunicazioni di “apprezzamento” e “plauso” ai militi che effettuarono l’arresto.


Avete sentito bene.

Questo è quello che è emerso ieri mattina al processo per il depistaggio delle indagini sulla morte di Cucchi.


Imputati dal 20 gennaio scorso ci sono 8 carabinieri.

A ricostruire parte della vicenda è stato il pm Musaró, durante le deposizioni del luogotenente Silvia, del Nucleo comando della compagnia Roma-Casilina.

Nel leggere gli atti il magistrato ha sottolineato che una nota era stata mandata a 4 giorni dal decesso di Cucchi e ha chiesto al carabiniere: “E’ usuale una nota del genere per un arresto di spaccio di droga, per una così modica quantità?”.

“Certamente no“, è stata la risposto del carabiniere Silvia, aggiungendo che nell’Arma quando c’è un militare coinvolto si redige un Rapporto sul fatto e che per Cucchi questo non è avvenuto.


Le note risalgono, incredibilmente, al 26 ottobre del 2009, Stefano Cucchi morì il 22, sette giorni dopo l’arresto e le torture.


Ricordiamo che lo scorso 14 novembre la corte di Assise di Roma ha condannato i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele d’Alessandro per omicidio preterintenzionale, condannandoli a 12 anni di reclusione. Il carabiniere Francesco Tedesco, che ha raccontato ai giudici le modalità del pestaggio di Cucchi, è stato assolto dal reato di omicidio preterintenzionale, ma viene condannato a 2 anni e 6 mesi di reclusione per falso. Per lo stesso reato il maresciallo Roberto Mandolini è stato condannato a 3 anni e 8 mesi.


Durante l’udienza di ieri il luogotenente Silvia ha anche raccontato che “un militare del Nucleo operativo, di ritorno dall’udienza di convalida di Cucchi, affermò che il giovane era conciato male, al punto che non ce la faceva a stare in piedi e camminare.


Oggi alla sbarra abbiamo i carabinieri aguzzini, e non è certo poco, ma sul banco degli imputati dovrebbero finire tutti quelli che hanno depistato, il Pm ed il giudice che hanno processato Stefano e lo hanno spedito in carcere, gli agenti della Penitenziaria che lo hanno trascinato da Regina Coeli a Piazzale Clodio, da Piazzale Clodio a Regina Coeli, da via della Lungara al Pertini. Tutti i medici e i gli infermieri del Pertini e tutti quelli che hanno sequestrato il povero Cucchi e lo hanno lasciato morire solo come un cane, impedendo alla famiglia di vederlo, assisterlo e magari salvargli la vita.


Così come dovrebbero chiedere perdono tutti quei politici e giornalisti di regime che hanno tirato fango, Giovanardi e Salvini su tutti.


Un plauso e un abbraccio fortissimo meritano la sorella Ilaria, l’avvocato Anselmo e tutta la famiglia Cucchi. Senza la loro forza, il loro coraggio e la loro determinazione Stefano non avrebbe mai avuto verità e giustizia.

E soprattutto migliaia di detenuti sarebbero continuati “a cadere per le scale” tra i ghigni di boia e torturatori ed il silenzio del potere.

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