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28/05/80: VENIVA ASSASSINATO TOBAGI. UN ALTRO CASO PIENO DI MISTERI.


28/05/80: VENIVA ASSASSINATO TOBAGI. UN ALTRO CASO PIENO DI MISTERI.


di Giulio Saraceni


Il 28 maggio 1980, a Milano, veniva ucciso Walter Tobagi.

Un giornalista di rango noto inchieste "pesanti"; il suo omicidio lascia ancora molti lati oscuri.


In particolare, Walter Tobagi, si era distinto per le sue testimonianze di rigore professionale, un “cercatore di verità” scevro da ogni schema ideologico o appartenenza politica.


Un uomo libero che lavorava e scriveva con un’intelligenza e un’onestà.


Per queste ragioni è doveroso ricordarlo facendo uno sforzo di ricerca della verità sulla sua triste vicenda.


Dopo 40 anni di commemorazioni in tono rituale, la “sua” storia rimane ancora cronaca. La verità giuridica, sovrapposta alla verità storica non combacia in molti tratti, lasciando alle nuove generazioni, un’immagine confusa e poco nitida.


Le questioni aperte sono molteplici, buona parte sono state più volte e da più voci riproposte, tuttavia la folta schiera del “sono soltanto polemiche inutili” ha avuto la meglio sulla “ragione”.


Non riproporrò l’elenco completo di tutte le distorsioni per non appesantire la riflessione di chi legge, ma rimetterò al giudizio del lettore le meno conosciute e dibattute nei quarant’anni trascorsi da quel tragico 28 maggio 1980.


Ulderigo Tobagi, Padre di Walter, nella sua deposizione in aula (udienza n° 54 del 15 giugno 1983) davanti al PM Dr. Spataro, racconta che il direttore del Corriere della Sera, Franco Di Bella, nel recarsi a casa sua (Cerro Maggiore) per porgere le sue condoglianze, gli chiede esplicitamente se conosce Marco Barbone. Era il 01/06/1980 a meno di 72 ore dall’omicidio di suo figlio. Come fa il Di Bella ad avere già in mente Barbone dopo così poche ore trascorse dall’omicidio?


Com’è stato possibile che questo clamoroso particolare sia “sfuggito” all’attenzione del PM e del Tribunale?


Perché non si è deciso di di approfondire un indizio di così enorme rilevanza, chiedendo al Di Bella quali fossero gli elementi in suo possesso per formulare quella “premonitoria” domanda a Ulderigo Tobagi?


Eppure Franco Di Bella è stato lungamente sentito in aula, ma di questo particolare neanche un minimo accenno. Neanche quando, durante la sua deposizione, afferma di essere rimasto “scosso” quando il 18 settembre 1980, il generale Dalla Chiesa gli rivela il nome di Marco Barbone come probabile responsabile dell’omicidio di Walter Tobagi.


Corre l’obbligo di aggiungere che al tempo della sua deposizione, la lista degli affiliati alla P2 era già nota da tempo così come la sua appartenenza e devozione al “venerabile” Licio Gelli che fortemente lo volle al timone del Corriere della Sera ormai saldamente nelle sue mani e nella sua totale disponibilità.


Sì, proprio Licio Gelli, a cui fu rinvenuta nella sua borsa personale, una copia del tanto discusso volantino di rivendicazione dell’omicidio, durante la famosa perquisizione di Villa Wanda a Castiglion Fibocchi dei primi mesi del 1981.


Anche questo particolare non arriverà mai in aula, così come non fu preso in considerazione neanche in fase istruttoria del processo Rosso/Tobagi, nonostante i due avvenimenti furono contemporanei e nelle liste della P2 oltre a comparire il Di Bella, c’era tutto il quartier generale del giornale dove Tobagi prestava la sua opera.


Nulla, nessuna indagine sul fronte P2, e dire che di ragioni per farle ce n’erano a iosa.


Un’altra stranezza riguarda la scomparsa dai radar degli atti istruttori e quindi processuali, di una relazione datata anch’essa come la “premonizione” del Di Bella (01/06/1980), dove un brigadiere dei Carabinieri annota e specifica di aver eseguito l’ordine di accertare che Marco Barbone, effettivamente abitasse in via Solferino 34 e che era già, in quel momento, ritenuto uno dei responsabili dell’omicidio Tobagi.


Questa relazione smentisce l’assunto s cui attinge la verità giuridica, e cioè, che soltanto il 05/06/1980 iniziano i primi pedinamenti di Marco Barbone e che a tale data, risale la “prima” relazione di servizio.


Questi fatti, non sono “invenzioni” o tediose “polemiche inutili”, sono circostanze che ci fanno dire, con ragionevole certezza, che il nome di Marco Barbone irrompe sulla scena ben prima si quanto ci tramanda la scricchiolante verità giuridica.


A dire il vero, il nome di Barbone dovrebbe (uso il condizionale perché non lo si può provare documentalmente) essere entrato in scena addirittura 7 mesi prima dell’omicidio di cui poi si renderà protagonista con la “sua” banda.


Mi riferisco alla ormai da tutti conosciuta “informativa” redatta dal brigadiere Dario Covolo (nome di copertura “Ciondolo”) il 13/12/1979.

Vero, in quel documento non vengono fatti i nomi di chi eseguirà il piano omicida, ma abbiamo testimonianze a sufficienza che ci confermano che quella, non era l’unica esistente. Il brigadiere, uomo del nucleo antiterrorismo del generale Dalla Chiesa, ne ha redatte molteplici ed in quelle, vi erano segnalati i nomi e cognomi che l’infiltrato (e non confidente) Rocco Ricciardi (nome di copertura “il Postino”) gli segnalava man mano che i loro incontri si svolgevano.


Purtroppo, il faldone che le conteneva, “spesso almeno quattro/cinque dita” (come testimonia al Giudice Guido Salvini il Colonnello Nicolò Bozzo, braccio destro di Dalla Chiesa, che lo ha avuto tra le mani e letto) sparì nel nulla, non si è più trovato.


Ma la verità giuridica ha deciso di credere alla parola dell’infiltrato e poi pentito Rocco Ricciardi e non a quella di due servitori dello stato che non avevano alcuna ragione o tornaconto (Ricciardi dal canto suo incassò la libertà immediata con Barbone & C. a lettura della sentenza) per mentire, anzi, loro hanno pagato, anche duramenrte, la lealtà dimostrata allo Stato.


Corre l’obbligo di ricordare che Dario Covolo chiese ripetutamente di poter avere un confronto in aula con Ricciardi, ma gli fu inspiegabilmente negato.


Perché? Perché non si trovano più le sue relazioni contenenti i nomi dei futuri assassini di Tobagi? Chi le ha fatte sparire e perché? Saranno gli stessi che hanno procurato la morte, impunita, di Manfredi De Stefano (nome di battaglia Ippo) testimone chiave dell’informativa del 13/12/1979 e delle successive?


A questo riguardo, nel luglio del 2009, circola una notizia a dir poco imbarazzante quanto grave: la figlia di Walter Tobagi, Benedetta, riferisce in pubblico e sul suo libro dedicato al Padre “come mi batte forte il tuo cuore”, di aver chiesto al GIP del processo Rosso/Tobagi, Giorgio Caimmi, se Manfredi De Stefano non fosse morto nel carcere di Udine a causa delle percosse ricevute dai suoi compagni nel Carcere di San Vittore a Milano.


La risposta del giudice è agghiacciante quando ammette di aver manomesso le cartelle cliniche per occultare le vere cause della sua morte.


Dichiarazione mai smentita dallo stesso Caimmi e confermata da Benedetta Tobagi. Richiesi immediatamente il diario clinico alle autorità competenti (cosa legittima perché Manfredì era mio fratello) ma il DAP, allora guidato dal Dr. Francesco Basentini, mi inviò documentazione palesemente omissiva ed incompleta.


Nel diario clinico non viene riportato l’episodio dell’aggressione subita a San Vittore, le prestazioni mediche e chirurgiche seguite per curare un danno così grave. Stiamo parlando di una ferita in testa profonda e suturata da ben 37 punti oltre alle varie ecchimosi e lividi sparsi qua e là sul suo corpo.


Di quanto scrivo, sono testimone oculare. Lo incontrai più volte in carcere subito dopo l’aggressione. Tuttavia, di quell’evento testimoniato anche da numerose persone presenti quando accadde, nessuna traccia nel diario clinico fornitomi dalle autorità competenti.


Ho continuato a scrivere al DAP per avere altra documentazione ricendo in cambio soltanto risposte a volta anche insensibili e scortesi.


A questo punto mi rivolgo alla competente Procura della repubblica di Udine e ricevo pronta risposta dal Dr. Antonio Nicolo, procuratore capo, che m’informa della scomparsa del procedimento 284/1984 aperto a seguito della morte di Manfredi De Stefano, che conteneva tutta la documentazione relativa al suo decesso, compreso il referto autoptico.


La sua morte, ancora oggi, rimane avvolta nel mistero e tutto ciò che riconduce alle sue cause è introvabile.


Come il faldone spesso quattro/cinque dita contenente le relazioni con i dettagli dei colloqui tra Ciondolo ed il Postino. Di queste e di altre cose, ne parleremo nel libro di prossima uscita che stiamo scrivendo a quattro mani, , il sottoscritto e Dario Covolo. Presto sarà a vostra disposizione.


Un’altra questione tuttora “aperta” e di fondamentale importanza, riguarda l’immunità riservata a Marco Barbone in cambio di una non proprio chiara e limpida “spontanea ammissione di colpa e collaborazione eccezionale”.


Un tassello molto importante questo e sarà anche l’ultimo trattato in questo scritto. Il PM del processo Rosso/Tobagi, Dr. Spataro, racconta così il primo interrogatorio di Marco Barbone: “ Barbone negò tutto.


A quel punto, prima della fine dell’interrogatorio, senza alzare gli occhi dalla macchina da scrivere, gli comunicai che doveva considerarsi indiziato anche per l’omicidio di Walter Tobagi, per il ferimento di Guido Passalacqua e per gli attentati a firma Guerriglia Rossa.


Furono le mie ultime parole prima di chiudere il verbale. Barbone rimase visibilmente scosso e mi chiese le ragioni di quella comunicazione giudiziaria.



Con un’uscita volutamente sibillina gli risposi dicendo soltanto: lei lo sa bene. Chiudemmo il verbale e me ne andai. Un paio di giorni dopo al massimo, Barbone chiese di parlare personalmente con Dalla Chiesa.


Finito il colloquio, il generale ci disse che Barbone aveva deciso di collaborare, di confessare l’omicidio di Walter Tobagi e altri gravi delitti”.


Questo lo afferma il Dr. Spataro, non una persona qualunque. Se ne deduce, facendo fede alla narrazione del magistrato, che la “spontaneità dell’ammissione di colpa” non fu proprio così spontanea se durante il primo interrogatorio del 02/10/1980, Barbone venne messo al corrente che era indiziato anche dell’omicidio Tobagi. E fin qui, credo non vi sia alcuna ombra di dubbio.


Ma non è tutto: in aula, durante il processo, nell’udienza del 6 aprile 1983, l’Avv. Marcello Gentili (suo difensore di fiducia) gli chiede se prima di confessare a Dalla Chiesa, gli fu fatta qualche contestazione su Walter Tobagi.


Sentite cosa risponde Barbone: “ A dire il vero non ci fu nessuna richiesta di informazione, in quanto nessuna contestazione, oltre a quelle contenute nel mandato di cattura, mi veniva mossa”.


Ma allora, chi dice il vero? Il Dr. Spataro o Barbone?


Sono ancora moltissime le tessere del mosaico che mancano all’appello. Quel che stupisce è che invece di cercarle e rimetterle al proprio posto, vengono tenute nascoste o definite “polemiche inutili”.


Restaurarle e ricomporre il mosaico, servirebbe a rendere più nitida l’immagine di ciò che accadde quel maledetto 28 maggio di quarant’anni fa.


E invece assisteremo alle “istituzionali commemorazioni” dimenticandoci tutto ciò che ci ha lasciato in eredità questo grande uomo, e cioè la costante ricerca della verità a qualunque prezzo.


Tutto questo bene prezioso continuiamo ancora a tenerlo chiuso in un cassetto.


Walter Tobagi un altro mistero italiano, dove procure, carabinieri e depistaggi segnano ancora il passo di anni terribili dove i presunti servitori della patria non si sa quale hanno servito e troppe vittime sono rimaste senza vera verità.

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