• Redazione/litaliamensile

23 marzo 1919, San Sepolcro


Siamo in un paesino della campagna romana, nei primi anni 20 del secolo scorso, immerso nel buio e nel sonno ristoratore delle quotidiane fatiche dei contadini. Quella notte una finestra è illuminata: dietro quei vetri si vede il volto di una giovane donna che scruta il vicolo. Sta aspettando qualcuno, tenendo in braccio un bambino nato da poco. Lo culla, stringendolo a sè, ma il suo sguardo è sempre rivolto alla finestra. All'improvviso, nel silenzio della notte, sente un rumore lontano..un rumore conosciuto..un camion. Si avvicina sempre più: sembra acquietarsi, poi rumori secchi, voci basse e il rumore aumenta di nuovo e si allontana. La donna sente dei passi nel vicolo, il suo cuore è in tumulto. La porta si apre. Il contorno della figura che si staglia nella penombra per un attimo la rasserena. Sguardi muti, discorsi superflui: la donna guarda gli occhi del marito celesti, di ghiaccio, iperborei. Entra, si toglie l’elmetto ricordo e simbolo della “sua” guerra, si spoglia meccanicamente e si corica. La donna si sdraia vicino a lui dopo aver messo nella culla il bambino. Il silenzio della notte avvolge di nuovo le case e le anime del piccolo borgo. Questo fatto che ho raccontato può sembrare tratto da un romanzo...in realtà è veramente accaduto. L'uomo che rientra con l'elmetto è mio nonno e quel piccolo bambino era mio padre nato nel 1921. Questa storia l'ho appresa da lui anche se in verità se ne parlava raramente in casa: una sorta di rimozione che nel secondo dopoguerra fu effettivamente collettiva. Ma quando accadeva di discutere su queste vicende, lui in realtà era critico non tanto per questioni politiche, ma per il vissuto, per le preoccupazioni sofferte dalla madre, per la paura delle rappresaglie. Nonostante ciò l’amore e l’ammirazione per mio nonno rimasero intatte. In realtà lui, come tanti, era un ex combattente, un reduce della Grande Guerra, e la domanda spontanea che sorge oggi come allora è la seguente: cosa spinse questi uomini semplici, affaticati dal lavoro dei campi, a mettere a repentaglio la propria vita, i propri affetti, per compiere una guerra civile. Una lotta senza esclusioni di colpi, tra neri e rossi, semplificazioni di uno scontro di civiltà come si direbbe oggi, terribile e spietato...Una lotta che inizia il 23 Marzo 1919, quando Mussolini fonda i Fasci di combattimento nella sala riunioni del Circolo dell’alleanza industriale in piazza San Sepolcro a Milano.

Per comprendere gli effetti di quella adunata così dirompente nella storia, non solo del nostro paese, ci può venire in soccorso la categoria gramsciana dell’elemento “metafisico” riferito alla rivoluzione d'ottobre. Anche lì la cronaca degli eventi può apparire poca cosa: colpo a salve dell'incrociatore Aurora, le guardie rosse che entrano nel Palazzo d'Inverno difeso da giovani ragazzi inesperti e da un battaglione femminile, che fu oggetto di pesanti attenzioni erotiche (si fa per dire) e il tutto solennizzato con una colossale ubriacatura nelle cantine imperiali. Al mattino la Santa Russia si svegliò non più zarista ma, sovietica. Simile il “destino” dell’adunata di piazza San Sepolcro tant'è che il giorno dopo furono poche le righe dedicate da parte del Corriere della Sera, in mezzo a tante altre notizie di quei mesi pieno di fermenti politici, di passioni e di scontri anche fisici.


Quei trecento, accorsi al richiamo di un profetico Mussolini per fondare i Fasci di Combattimento sulla base di un programma rivoluzionario e nazionale al tempo stesso, ci appaiono come gli spartani alle Termopili che si opposero al Serse della “tabula rasa “ateo-marxista. Quel giorno la luce di una civiltà millenaria si accese per il mondo. In quell’evento fu come se si fossero riuniti tutte le energie scaturite dalla Prima Guerra Mondiale: ci sono gli ex combattenti reduci dalle trincee, gli arditi, i nazionalisti, i futuristi. Mussolini sul Popolo d'Italia, dichiarava di voler creare un movimento che contrastasse sia la Destra che la Sinistra: la prima per il suo immobilismo e il tradimento dei valori della Patria, mentre la seconda veniva considerata come un pericolo per il suo potenziale distruttivo sull’onda emotiva provocata dalla rivoluzione d'ottobre del 1917 e dal malcontento della classe operaia italiana destinato a confluire nel nord Italia nel movimento delle occupazioni delle fabbriche. Emerge così il gran rifiuto per il socialismo e il bolscevismo, per il tradimento che i sostenitori di questi movimenti avevano consumato nei confronti della Nazione in guerra, ostacolando prima la sua entrata nel conflitto e dopo tirandosi indietro al momento della catastrofe di Caporetto. Lenin avrà la sua rivoluzione predicando la pace e rifiutando strumentalmente la guerra, mentre per Mussolini la guerra è la vera rivoluzione. Questa è la “grande intuizione” di piazza San Sepolcro ed è proprio su questo terreno che il futuro Duce attrarrà nella sua orbita i futuristi di Filippo Tommaso Marinetti e non solo.


Gli Arditi, ad esempio, erano espressione di una nuova entità sociale generata dalla guerra e che avevano partecipato al conflitto con la convinzione di appartenere a una generazione che aveva gettato “il cuore oltre l’ostacolo”. Per quanto riguarda il movimento Futurista rispetto all'esperienza fascista e analizzandone la sua influenza, possiamo comprendere il substrato culturale che ne permise la crescita in Italia ed il suo consolidarsi. Fin dagli inizi il Futurismo ha una sua “visione politica”. Sin dal 1909 Marinetti ha come obiettivo politico l’esaltazione del nazionalismo per la grandezza dell’Italia, combattendo quelle istituzioni, come il Parlamento, che per lui devono essere “sgombre da mummie e libere da ogni viltà pacifista”. Parole confermate purtroppo dalla conferenza di Versailles del 1919 per i trattati di pace dove l’Italia subì una cocente delusione. Il debole comportamento della delegazione italiana alla conferenza di pace, per rivendicare i nostri interessi di Nazione vittoriosa, provocò reazioni furibonde nel nostro Paese di cui si fece interprete “Il popolo d'Italia” di Mussolini che parlò di "vittoria mutilata" veicolando le critiche che vennero rivolte contro il governo presieduto da Vittorio Emanuele Orlando. Spesso si sente ancora oggi sostenere che il programma di Sansepolcro aveva in sè elementi di sinistra che sarebbero poi riemersi nella Repubblica Sociale Italiana per avallare la tesi dell’ambiguità del fascismo e del suo leader. In realtà, al contrario, troviamo in esso la gran parte dei principi-guida che poi avrebbero caratterizzato il successivo governo fascista del paese. In particolare viene presentata una concezione della politica fondata sulla forza di un governo autorevole, sulla guida politica di un'aristocrazia, di un èlite, avanguardia del protagonismo delle masse scaturito dal conflitto bellico mondiale. Interessanti e “profetici” alcuni punti programmatici: come l’abolizione del Senato e, una Camera che rappresentasse gli interessi vitali della Nazione, il suffragio universale con il meccanismo elettorale proporzionale e l'orario di lavoro di otto ore. Per quanto riguarda la lotta politica, preso atto del momento storico determinatosi in risposta alle provocazioni dei “rossi”, è proclamata la possibilità di ricorrere alla violenza. “Postulato forte” per noi contemporanei ma non per quei tempi di furioso dopoguerra, figlio dell’immane sacrificio del conflitto mondiale. Bisognerebbe pensare e riflettere su alcuni avvenimenti di allora, trascurati da una prevenuta corrente di pensiero di “sinistra”. Ad esempio, non si mette in evidenza il fatto che appena pochi mesi prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, un’agitazione partita dalla Romagna era degenerata in disordini violentissimi passati alla storia come la “settimana rossa". Inoltre gli scontri che scoppiano nei primi mesi del '19 hanno un connotato, per almeno un anno, più di sinistra che di destra a causa dell’azione politica del Partito Socialista italiano che era stato l'unico, insieme a quello Russo, a schierarsi contro la guerra. Il “fare come in Russia” provocò una drammatica lacerazione nel nostro paese. Addirittura il ministero della Guerra invitò gli ufficiali a non indossare in pubblico la divisa per evitare atti di violenza, tumulti e le prefetture furono costrette ad intervenire affinchè le amministrazioni governate dal partito socialista esponessero il tricolore in occasione delle feste nazionali. Il vissuto della trincea e delle sofferenze patite influenzò in maniera decisiva l’elemento fazioso della politica, che ovviamente lievita in un momento così difficile. In guerra l’alternativa è uccidere o essere uccisi, gli ordini si eseguono non si discutono. Insomma: si stava aprendo una nuova epoca e questo per mano di uomini dal coraggio guerriero come gli arditi, da trascinanti e ardenti idealisti e da umili “signori” della terra che avevano conosciuto il supremo sacrificio della trincea. Il 23 marzo del 1919 un grido anelante di vittoria volò per le contrade del mondo.


Giulio Saraceni

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