Bandiera Italia Libera

7 PUNTI DI ITALIA LIBERA

Il popolo del dissenso

PACE, SOVRANITÀ, LIBERTÀ, LAVORO, GIUSTIZIA, POPOLO, CULTURA

Per l’alleanza anti-globalista e non violenta, anti-capitalista e anti-neo colonialista: idee, valori e diritti imprescindibili per la resistenza al golpe globale del Great Reset e per la lotta comunitarista che ha come obiettivo la liberazione nazionale.

Un inno alla mobilitazione e alla militanza per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli!

  1. PACE

No alla guerra e all’economia di guerra.
No all’invio di armi nei conflitti che il neo capitalismo globalista alimenta nel mondo per conservare l’egemonia atlantista unipolare e neo coloniale.

No alle sanzioni.
Sì alla pace!

Popoli sovrani e libere nazioni devono poter cooperare per il reciproco sviluppo e il giusto benessere, in armonia con i propri interessi, le rispettive vocazioni geopolitiche e nel rispetto reciproco delle altrui culture e civiltà.

Il nostro credo è popolare e comunitarista.
Siamo per la difesa ad oltranza dei principi e dei valori che emanano dal trinomio Fede-Nazione-Popolo.

Popolo e Nazione che, preesistendo allo Stato in ogni sua forma, hanno il diritto di esistere e di agire, reclamando e ottenendo libertà, indipendenza e autodeterminazione nel rispetto della propria Fede.

USCIRE DALLA NATO è indispensabile per garantire un futuro di pace all’Italia e al mondo.

Da troppo tempo, la Nato sopravvive per alimentare guerre sporche e predatorie, cambiamenti di regime teleguidati, povertà e morte.

SMANTELLARE L’OMS: con la narrazione criminale e terroristica del Covid, l’Organizzazione Mondiale della Sanità è diventata una micidiale macchina da guerra del globalismo, la quarta zampa di un mostro chiamato Troika; la “tutela della salute”, fondata sulla paura, è una minaccia costante alla pace sociale e un primo esperimento ingegneristico per il controllo delle coscienze e delle anime al quale altri – sempre fondati sulla paura già sperimentata e l’emergenzialità permanente, seguono e, senza una resistenza efficace, seguiranno.

L’agenda di Davos e il golpe globale del Great Reset richiedono, quindi, capacità di resistenza e preparazione, organizzata e consapevole, al contrattacco.

  1. SOVRANITÀ

Fieri di essere italiani, per esercitare e garantire le nostre libertà e recitare il ruolo che ci spetta all’interno di un mondo ormai multipolare, dobbiamo riconquistare la nostra piena sovranità: monetaria, industriale, energetica, alimentare, militare, popolare.

Valore assoluto e prevalente va dato ai principi della nostra Costituzione, imprescindibili rispetto a qualsiasi forma di normativa proveniente dalla Ue e dalle varie agenzie globaliste.

L’Italia era la quarta potenza mondiale, deve tornare ad esserlo in un mondo multipolare, altro che transizioni ecologiche e digitali dettate da Davos!

La produzione industriale e agricola va incentivata e sostenuta concretamente dallo Stato.

I mezzi di produzione devono essere degli imprenditori fedeli agli interessi della comunità nazionale e dei lavoratori che ne condividono il destino, la ricchezza prodotta va distribuita e goduta in maniera equa tra tutte le componenti dell’organismo produttivo nazionale.

Le logiche schiaviste del capitalismo globale vanno spezzate, la lotta contro le élites dominanti deve riportare il popolo ad essere motore e artefice della propria Storia.

Fuori da Euro e Ue, liberi da Nato e Oms, e da ogni agenzia dell’oppressione, finalmente padroni a casa nostra, protagonisti nel Mediterraneo e nel mondo.

Uscita dall’Euro e dalle attuali istituzioni unioniste, con il ritorno alla piena sovranità monetaria dello Stato nazionale, in vista di una possibile (ma non necessaria e inevitabile), futura intesa amichevole fra gli Stati europei, che andrà fondata su basi completamente diverse da quelle attuali.

Si potrà, forse, pensare a una o più confederazioni europee “a maglie larghe” (con adesione volontaria dei popoli e degli Stati), per agevolare gli scambi fra i Paesi del continente, per realizzare progetti comuni di varia natura (energetica, tecnologica, militare) o per difendersi dalle produzioni degli “emergenti”.

Evidente il beneficio della riconquistata sovranità monetaria, in ogni aspetto della vita sociale e individuale.
Si potrà ricorre alla tanto vituperata (dagli euroglobalisti) “svalutazione competitiva” della moneta nazionale e finanziare adeguatamente i deficit dello Stato, con funzione propulsiva per l’economia interna.

A quel punto il famigerato pareggio di bilancio, introdotto nella Costituzione come vincolo ineludibile, non avrà più alcun senso e potrà essere formalmente soppresso.
Né avranno più senso i castranti “parametri di Maastricht”, il 3% inviolabile nel rapporto deficit/ pil, il debito pubblico non oltre il 60% del pil, i tassi di interesse a lungo forzatamente convergenti fra i paesi membri (tutte regole castranti per l’economia e la socialità). Cesserà così, come per incanto, la svendita forzata, oggi in pieno corso, del patrimonio dello Stato e delle aziende nazionali ai grandi capitali dominanti.

La Russia è Europa!
Roma e Mosca, faro e culla di Civiltà, possono edificare in armonia una nuova Europa di pace, fondata sui valori tradizionali comuni, il lavoro e l’autentica cooperazione, il sincero solidarismo comunitario.

Combattere usura e speculazione, mercati e finanza: demolire il castello di dogmi artificiali che sono l’emanazione dei loro esclusivi interessi, primo tra tutti quello delle privatizzazioni: le aziende di interesse nazionale tornino in Italia e si proceda ad una autentica rifondazione di quel che fu l’Iri.

Nazionalizzare la Banca d’Italia e stampare moneta non a debito, secondo i principi della moneta di popolo.

Tornare alla terra, all’industria nazionale e socializzata e alla leva obbligatoria, in vista di un Esercito Popolare; riconsiderare il nucleare, ormai evolutosi, per puntare decisamente all’autonomia energetica.

Nuova legge elettorale fondata sul proporzionale puro che restituisca vero potere decisionale al popolo!

Democrazia diretta ed organica, espressione di ogni settore della società civile, del mondo del lavoro e del territorio, per un presidenzialismo che sia sintesi alta del solo interesse nazionale e popolare.

Ogni atto politico sia diretto ad una vera lotta di liberazione dal nuovo ordine mondiale e dalle élites criminali dominanti.

Precisiamo, inoltre, che la riconquista della sovranità monetaria non dovrà favorire la corporazione degli imprenditori privati e, in subordine, dei commercianti e bottegai a scapito del resto della società (come alcuni “a destra” vorrebbero), ma dovrà andare a braccetto con le grandi istanze di giustizia sociale, completamente disattese in questi ultimi anni di affermazione delle politiche neoliberiste.

Abbiamo sempre sostenuto, e continuiamo a farlo, che il sovranismo non è di destra e la giustizia sociale non è di sinistra, i due aspetti non sono contraddittori, ma possono coesistere e integrarsi positivamente in un unico programma politico-strategico, alternativo a quello neocapitalistico.

  1. LIBERTÀ

Diritto inalienabile dell’uomo, dopo quello di venire al mondo, è quello alle libertà fondamentali, per più di trenta mesi violate come non mai.

No ad ogni obbligo vaccinale, no ad ogni forma di lasciapassare, di controllo sociale, di apartheid su qualunque pseudo emergenza venga “fondato”.

Mai più ricatti sul lavoro e sulla vita!

No ad un futuro da schiavi omologati, indotti ad amare le proprie, moderne catene.

Fermare ogni piano che imponga resilienza e transizioni ecologiche e digitali, nuovi cavalli di Troia del post umanesimo del Great Reset.

Contro ogni dittatura e modalità di controllo sociale neo schiavista, che sia finanziaria, tecnocratica, ecologista o alimentare.

  1. LAVORO

Prime complici della tirannia tecno-globalista sono le consorterie sindacali che, proprio per questa ragione, vanno soppresse.

Al loro posto, sulle basi di un’autentica cultura e civiltà del lavoro, strutturiamo collegi legali diffusi sul territorio che garantiscano a tutti assistenza gratuita come legittima difesa del diritto naturale al lavoro.

Senza lavoro non esistono né giustizia sociale né dignità, ecco perché l’art. 1 della Costituzione non deve restare solo un bell’ incipit destinato a non essere realizzato; il diritto al lavoro ritrovi, dunque, il suo posto al centro della nostra civiltà.

Ciò comporta il contrasto intransigente ad ogni forma di sfruttamento e il netto rifiuto di quelle logiche contronatura che il capitalismo globalista ha imposto: precarietà, mobilità e flessibilità vanno assolutamente combattute.

Questi modelli non rendono liberi, ma, al contrario, producono nuovi schiavi concentrati esclusivamente sulle proprie necessità individuali, atomi estranei ad ogni autentica funzione sociale e comunitaria.

Fondamentale è la piena attuazione dell’articolo 46 della Costituzione (diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende) sia per le imprese pubbliche che per le private medio-grandi. Il diritto alla cogestione delle aziende pone una base fondamentale per il ritorno ad un modello organico di società che, proprio nel lavoro così inteso, potrebbe trovare un modello virtuoso necessario alla ricostruzione di un tessuto sociale degno di questo nome.

La nazionalizzazione della Banca d’Italia e una sovranità monetaria riconquistata con l’uscita da Euro e Ue, permetteranno, inoltre, la distribuzione di un reddito di cittadinanza come ripartizione fra tutti i cittadini del reddito monetario proveniente da tutte le attività produttive oggetto dell’amministrazione dello Stato; attività produttive che, da troppo tempo ormai, sono utili solo – specie dopo il 1992 (primo grande reset globalista) – al neo liberismo capitalista e alla sua fame di profitto.

Uno Stato espressione del popolo e della nazione deve tornare ad acquisire tali attività, svendute da politici traditori al grande Capitale globalista.

A questo autentico reddito di cittadinanza, possibile grazie alla proprietà popolare della moneta derivante dalla sovranità monetaria, va aggiunto un apposito reddito di maternità per la tutela della famiglia e dell’infanzia: 1.000 euro al mese per ogni figlio, da conferire alle madri, dal momento del concepimento alla fine del ciclo scolastico.

A partire da quello della banca centrale e del sistema bancario nazionale, va avviato un massiccio programma di nazionalizzazioni, riavviando e/o riacquistando (e finanziandole adeguatamente) le grandi concentrazioni industriali e produttive di interesse nazionale.
Tralasciando qui l’autentica “rivoluzione” sul piano monetario, fin troppo evidente nella sua portata, ciò consentirebbe di (ri)creare strutture produttive solide, di grandi dimensioni, controllate da uno Stato sovrano, di impedire fughe di capitali e know-how verso gli “emergenti” e di parare efficacemente i probabili colpi di coda dei globalisti in ritirata. La ricomparsa in grande stile dell’ “imprenditore pubblico” avrà effetti sicuramente benefici sull’occupazione di massa (e sui redditi da lavoro), consentendo la riattivazione di interi settori produttivi, in mani nazionali, oggi quasi scomparsi, delocalizzati o nelle mani dello “straniero” (non di altri popoli e nazioni, ma del grande capitale finanziario internazionalizzato).

In definitiva, riattivare lo Stato sociale è obiettivo imprescindibile del nostro programma.

  1. GIUSTIZIA

Lo Stato profondo italiano si regge su un sistema malato, che ha nella magistratura lottizzata e politicizzata una delle sue colonne portanti.

La distruzione della migliore classe politica del dopoguerra è stata possibile grazie a certi giudici, complici della grande finanza e funzionali al sistema vampiresco delle multinazionali e del capitalismo globale.

Il sistema giustizia va urgentemente e radicalmente riformato; separazione delle carriere, abolizione del CSM e dell’ANM e giurie popolari sono indispensabili, così come è indispensabile mettere in pratica la responsabilità civile e penale dei magistrati, istituendo allo scopo una apposita Corte composta non dagli stessi magistrati, ma da tecnici del diritto ed esperti costituzionalisti che non esercitino la professione di avvocati.

  • Il diritto romano e la dignità che il cristianesimo riconosce all’uomo creatura di Dio, tornino ad essere la nostra bussola.
  • Riforma dell’esecuzione delle pene, che salvaguardi il popolo laborioso e la dignità di chi deve scontare una pena.
  • ABROGAZIONE della carcerazione preventiva.
  • Riforma di tutto il sistema carcerario, che renda più civile ed umana la detenzione.
  • Allargamento delle possibilità di accedere alle misure alternative.
  1. POPOLO

Il popolo è insieme cuore e anima di una nazione.
La coscienza di un popolo, la sua unità consapevole, fanno sì che esso e le sue lotte siano il motore della Storia.

Ecco perché il popolo è stato scientificamente distrutto, ecco perché è necessario superare il ‘900, lo scontro destra-sinistra e i veleni delle ideologie che, da più di trecento anni ormai, ne hanno via via frantumato la consapevolezza e l’unione.

Va ricostruita l’unità di popolo, demolita dalle ideologie e dalle rivoluzioni borghesi; quell’unità che permetteva ai popoli di condurre una vita sociale comunitaria, partecipando alle stesse feste, facendo impresa insieme e condividendo gioie e dolori.

Solo quando il popolo è unito ogni minaccia risulta vana.

Un fronte di liberazione nazionale plurale, ma unito, deve essere il laboratorio di quella unità di popolo che vogliamo riedificare.
Un popolo unito nella fede, nella patria, nella lotta per il lavoro può riconquistare libertà, diritti sociali e futuro.

Noi siamo il popolo!
Il popolo si forgia nei suoi inalienabili diritti sociali: casa, lavoro e sanità

  1. CULTURA

Il pensiero unico dominante politicamente corretto opera da decenni per destrutturare la logica naturale, un tempo condivisa sia da Peppone che da don Camillo.

Senza l’azione devastante di questa ideologia contro natura, il moderno terrore del pensiero dominante non sarebbe stato possibile.

La sana formazione delle nuove generazioni, contro le follie del gender e le leggende nere costruite sulla Storia per indurre all’oblio della nostra civiltà, potrà garantirci un futuro di libertà nella consapevolezza.

Diventa, dunque, necessaria un’autentica rivoluzione culturale che rilanci la millenaria civiltà greco-romana e cristiana per riedificare il pensiero libero e forte contro il pensiero unico, nullo e debole: un ritorno al reale nello spirito di una filosofia organica e comunitarista.

Una cultura libera dal neocolonialismo liberale e liberista, che spezzi le catene del capitalismo e della speculazione, del materialismo e del consumo.

Per una cultura di popolo, attiva, partecipata, estranea e contraria agli schemi dell’oppressione globalista, che sia in grado di restituire umanità ai popoli schiacciati, anche culturalmente, sotto il tallone delle élites dominanti e il loro pensiero astratto e profondamente nichilista.


IN MEZZO! IN ALTO! IN-SORGENTI!

Noi, tornati ad essere popolo, vogliamo ricostruire il popolo, riedificarne l’invincibile unità.

Quel ‘900 malato, dal pensiero debole idolatrato per la sua stessa invertebrata inettitudine, è morto, vivaddio! A nulla serve tenerne in piedi il cadavere e schierarlo nuovamente in battaglia.

Morte le ideologie, noi, invece, siamo vivi e più forti, perché sopravvissuti, contro ogni previsione, ai più feroci tentativi di succhiarci l’anima utilizzando la paura.

Delle due facce della stessa medaglia globalista, Destra e Sinistra, da tempo non si hanno più notizie…
In un mondo che non è né sarà più come prima, non sono più di “destra” o di “sinistra” né i problemi reali né le soluzioni, le risposte adeguate o le necessarie resistenze.

Il cappio stretto al collo dei popoli è ormai diventato, tirato e ritirato per quasi tre secoli, un nodo inestricabile, continuare a tirare la corda da una parte o dall’altra può solo aumentare il potere del nodo, senza mai scalfire il potere dell’artefice di esso: il pensiero unico nichilista dominante e la dittatura del Capitale che lo crea fluido, destrutturante e infinitamente cangiante, in modo che l’errore a cui ci si opponeva ieri, diventi oggi una imprescindibile conquista a cui nessuno possa osare contrapporsi.

Così vince il grande capitale, così l’imperialismo diventa fratellanza, il neo colonialismo libertà e uguaglianza tra dominatore e dominato.

EQUIDISTANTI ED EQUAMENTE BELLIGERANTI

I partiti e i governi, totalmente eterodiretti dalle pseudo esigenze contronatura dell’economia globalista dei mercati, certificano il definitivo fallimento della Politica, i mercanti hanno occupato il tempio, avvelenato i pozzi e desertificato i campi, hanno convinto i più che la libertà sia misurabile dalla lunghezza della catena che vorrebbero farci amare.

Tengono in vita le categorie novecentesche del divide et impera, le usano come se avessero ancora un senso, tentano di ringiovanirle con operazioni di chirurgia estetica a buon mercato, utili soltanto a mostrarne la inarrestabile putrescenza.

È giunto il tempo di cacciare via i mercanti e liberare il tempio; è giunto il tempo di rompere la gabbia: le parti sane dell’organismo sociale devono comprendere di poter tornare ad essere popolo, equidistanti ed equamente belligeranti contro quei poteri esterni, interessati ad esaltare una parte contro il tutto.

È giunto il tempo che il popolo, illuso di avere la sovranità, ma condannato al basso, spenga l’incendio che hanno dato alla propria casa e la ricostruisca, il tempo in cui esso stesso ricordi di avere le ali e le usi per volare alto.

La lotta di resistenza ci ha fatto tornare ad essere comunità, la cultura e la filosofia comunitarista ci hanno fatto acquisire consapevolezza delle nostre potenzialità, ci siamo detti che l’individualismo borghese faceva il gioco del sistema, così come l’uso del linguaggio dal sistema prodotto, utile ad assorbirne le astratte categorie per metterci l’uno contro l’altro.

Si è trattato del riemergere di una storia e di una cultura di matrice cristiana e comunitarista che nulla ha mai avuto a che fare con la destra e la sinistra liberali; su queste basi, il cambio di paradigma è possibile, a patto che non si ritorni ad amare quell’individualismo che il sistema spacciava per libertà.

Noi siamo la rottura, il cambio di paradigma; la rivoluzione in corso contro il pensiero unico dominante, in uno spazio che collochiamo tra tradizione e futuro. Del resto, la voce del popolo è la voce di Dio, in ciò risiede una delle ragioni fondamentali che hanno condotto i liberali di ogni colore a ridurre sempre di più gli spazi di partecipazione comunitaria e popolare fino ad instaurare una dittatura che è ormai giunto il momento di rovesciare.

Lo stesso potere dei sovrani si fondava sulla speciale relazione che li legava direttamente al popolo, non un ideale romantico, ma la concretezza elevata a sistema a cui è necessario rifarsi e ritornare in chiave moderna e rivoluzionaria.

Oggi, le menti, i cuori, i corpi di chi vuole aggredire la tirannia di Davos e vivere il presente da protagonista e da uomo libero ripudiano, disprezzano e deridono il vuoto ciarlare della politica politicante, le sue stesse astratte pseudo categorie.

UNA MISTICA DELL’INSORGENZA

Nessuna nostalgia, nessuna trovata intellettuale, nessuna provocazione virtuale.

Il percorso vissuto, i sentieri percorsi ci hanno condotto a sentieri simili che credevamo interrotti: insorgemmo già nel marzo 2020 e insorgenti restiamo, perché ribelli al sistema e alle “diverse” facce con cui vorrebbe sedurci:
alla Destra non perdoniamo di aver parlato d’ordine pensando si trattasse di quello fittizio della borghesia, di pulizia come polvere nascosta sotto ad un tappeto o di maggiore libertà di sfogarsi, sempre contro il popolo, concessa alla bassa, stressata “sbirraglia”.

Non perdoniamo alla Destra di aver sventolato il sovranismo per meglio inginocchiarsi alla Nato, alla Ue e all’imperialismo guerrafondaio, confondendo Europa con Occidente, patriottismo con bieco atlantismo.

Alla Sinistra non perdoniamo di aver sollevato le masse contro il potere solo per meglio collocare i propri uomini sulle poltrone del potere stesso, sacrificando sacrilegamente i diritti sociali e del lavoro sull’altare del capitalismo, barattandoli con borghesi, e presunti, diritti civili, usati per cancellare i sacrosanti diritti sociali e rovesciare i principi fondamentali della stessa logica.

Al centro non perdoniamo, e basta.

Per questo, la nostra posizione è quella di non far rientro nella logica dell’atomismo delegante, quando e se ci viene concesso, insorgenti restiamo: in mobilitazione permanente ed effettiva.

Non siamo estremisti, ma estremamente insorgenti e attenti, tranquilli nella nostra forza e nelle nostre ragioni, determinati nello stile e nel sovrano utilizzo degli strumenti utili alla liberazione dei popoli e delle nazioni oppresse e colonizzate.

IN MEDIO STAT VIRTUS

Nel mezzo, per riappropriarci di quella centralità politica, sociale, culturale, esistenziale che appartiene al popolo.

Nessun centrismo, spazio recintato popolato dagli ignavi d’ogni tempo, ma virtuosa medietà che non teme contaminazioni, ma intransigente insorge per rivendicare la centralità che permette il confronto con tutti e su tutto, navigando ogni mare e visitando ogni terra senza mai perdere di vista le stelle che, dall’alto, guidano il cammino dei bravi marinai.

IN ALTO!

E, guardando in alto, lontani da nostalgie e nostalgismi, ritrovare il senso della verticalità che l’orizzontalità meschina e mercantile ha creduto di poter assassinare.

Il “lasciar fare” resiliente, il “così fan tutti”, l’invidia di ogni altra sorte e il risentimento non ci appartengono, non ci appartengono le abiure, né desideriamo vivere di luce riflessa… per questo in-sorgiamo come il Sole che sorge, illuminiamo una vita di lotta con la luce dell’esempio che diamo. Così gli altri ci vedono, per questo molti non ci capiscono, ma i loro occhi, quando ci guardano, si illuminano.

La saldezza in noi stessi ci permette di rapportarci senza pregiudizio all’altro, chiunque esso sia,
e, soprattutto, di volere, con tutte le nostre forze, energie e volontà, l’unità dell’unica area politica che conta: il popolo!

Nessuna ideologia: Fede, romana e cristiana, Patria, terra dei padri da consegnare ai figli e ai nipoti, Giustizia sociale, solidarismo comunitario, civiltà del lavoro.

Combattere senza compassione alcuna il globalismo capitalista, l’imperialismo, il moralismo privo di morale, il nostalgismo, l’avarizia, la viltà, l’egoismo, le piagnucolerie, i complessi, i settarismi, gli “appelli alla vigilanza”, lo scandalismo a buon mercato, gli interessi di parte che prevalgono sul tutto, i cattivi maestri e i discepoli sguaiati.

Abbiamo una bussola, le stelle, i punti cardinali, il resto arriverà navigando, siamo l’Anti-Reset, perché non accettiamo elemosine da mani insanguinate.

Nella contrapposizione fra “estetizzazione della politica” e “politicizzazione dell’arte”, noi ci schieriamo per il comunitarismo, risposta viva, insorgente e creatrice al dominio del pensiero unico che è più che debole: è nullo!

Comunitarismo, significa fare della propria comunità di riferimento la sede per il trionfo della giustizia sociale. Essere capaci di parlare un linguaggio che sia di per sé mobilitante, che scuota le coscienze e gli animi, che porti al risveglio di energie popolari.

La rivoluzione si fa con la lotta di popolo. Il popolo è il motore della Storia. Il popolo unito non conosce sconfitta!
Auspichiamo un modello di Stato che preveda un massimo di libertà, unito ad un massimo di responsabilità.
Una visione che rifiuta il grigiore monocolore della città-caserma tanto quanto l’attrazione malata per l’informe, che è vuoto di sostanza, e la deformità dello spirito.

Un’idea popolare e alta della politica che disprezza le cosche, le oligarchie, le caste, le sette e le lobby e che immagina, per ogni Stato degno di questo nome, la partecipazione come base e dalla base, e chiede la decisione dall’alto, perché profondamente condivisa da quel popolo che dal basso ha scelto ed è guidato, per questo, da chi da esso è stato scelto profondamente. Un modello che è la negazione vivente di ogni deep State, devoto all’adorazione incondizionata dell’usura e dei suoi mali.

Sogniamo una massa che, rigenerata, davvero risvegliata dall’insorgenza necessaria, ridiventi popolo; una comunità autocosciente che costruisca consapevolmente il proprio destino e vi partecipi orgogliosamente.

Questa la promessa, questa la rotta, questa la vittoria realizzata.


Perché socialisti comunitari?

La proposta socialista si caratterizza inizialmente come una risposta critica volta a superare l’evoluzione socioeconomica liberale e il modello di sviluppo capitalista.

Quali sono le ragioni di questa critica?

Esse dipendono dal fatto che lo sviluppo capitalista in meno di un secolo ha mostrato, accanto a dinamiche di progresso produttivo, dinamiche di degenerazione sociale univoche e molto accelerate.

Già nella prima parte dell’800 erano chiare tendenze degenerative che poi si sono accentuate e che oggi appaiono ipertrofiche.

Esse possono essere riassunte in 5 punti di massima:

  1. Liquefazione sociale.

Dai primi processi della Rivoluzione Industriale inglese, successivi alle enclosures e alla grande urbanizzazione, fino all’odierna società ‘liquida’, dove mobilità e precarietà vengono assunte come forme di vita normali, lo sviluppo capitalistico ha mostrato una spinta virulenta alla dislocazione sociale, alla disgregazione di comunità, società, famiglie, e in ultima istanza degli individui stessi.

  1. Divaricazione sociale.

Le diseguaglianze di ricchezza sono sempre esistite, tuttavia sotto regime capitalista esse presentano caratteristiche specifiche.

In primo luogo, le diseguaglianze di tipo capitalistico sono diseguaglianze diverse da quelle premonetarie, in quanto sono sempre escludenti: non esiste alcuna responsabilità del ‘superiore’ verso l’inferiore, che progressivamente viene espulso dal novero sociale.

In secondo luogo, sono diseguaglianze che tendono a crescere su sé stesse, perché il capitale pregresso rappresenta la base essenziale per l’accrescimento del capitale futuro.

Queste divergenze tendono a verificarsi sia all’interno delle nazioni che tra nazioni diverse.

  1. Conflittualità internazionale.

Anche la conflittualità tra stati non è caratteristica specifica del sistema capitalistico, ma assume in esso tratti peculiari.
Tra stati la conflittualità storica precapitalistica è legata a istanze di conquista territoriale e assorbimento di altre popolazioni (talvolta come assimilazione talaltra come subordinazione).

La conflittualità tra stati nel capitalismo è invece un conflitto tra apparati industriali che si servono delle istituzioni politiche per ottenere vantaggi comparativi sul piano economico, e che vogliono restare in un rapporto di estraneità nei confronti dei ‘vinti’, senza né ‘conquistarli’ né ‘assimilarli’, ma semplicemente sfruttandoli.

In questo contesto l’utilizzo delle armi può essere minimizzato, venendo sostituito spesso da sistemi di vincoli legali e finanziari che chiamano in causa la guerra guerreggiata solo in casi limite, creando tuttavia forme crescenti di ostilità reciproca e disprezzo (senza neppure il rispetto riconosciuto alla forza del conquistatore militare).

  1. Riduzione del potere politico (democratico) al potere economico.

Il potere economico, in un sistema che non ponga chiari limiti al suo esercizio, si traduce in potere senza aggettivi.

Rispetto ai poteri politici tradizionali (ad esempio di ‘ispirazione divina’), così come rispetto ai poteri politici democraticamente legittimati, il potere conferito dalla ricchezza monetaria è un potere che si esercita in modo anonimo, impersonale, svincolato da ogni consenso o interesse comune.

In questo senso, l’esercizio del potere conferito dal denaro è strutturalmente antidemocratico.

  1. Distruzione ambientale.

Il sistema capitalistico esige per mantenersi in vita di rilanciare continuamente la promessa di crescita ulteriore, laddove tale crescita è affidata ad una pluralità di spinte indipendenti e non governate.

Ma una crescita illimitata e non governata produce inevitabilmente un’esplosione di esternalità ambientali negative e fuori controllo, come gli ultimi decenni stanno mostrando con sempre maggiore evidenza.
Il primo problema fondamentale è rappresentato dalla necessità di togliere al capitale la sua indipendenza d’azione rispetto alle decisioni democratiche.

Tale indipendenza d’azione oggi dipende da due fattori: dalla natura privata del capitale e dalla sua natura liquida (infinitamente trasformabile e mobile).

Tuttavia, in una società moderna, di capitale non è possibile fare a meno, e specificamente di capitale in forma liquida.

Per questo motivo ogni necessità di capitale liquido per impieghi di investimento, produzione o anche consumo andrebbe soddisfatta passando attraverso erogazioni controllate da istituzioni collettive.

Ciò significa che la funzione fondamentale del denaro come capitale, cioè il suo ruolo di riserva di valore da impiegare nella produzione futura, dovrebbe essere integralmente avocata a sé dallo Stato.

Questo significa in sostanza che la sfera bancaria, finanziaria in generale, non dovrebbe più esistere più in forma privata.

1) socializzazione delle funzioni del capitale (socialismo),

2) governo del popolo (democrazia), radicamento territoriale e culturale (comunitarismo),

3) partecipazione individuale alle sorti della comunità e libero sviluppo delle facoltà umane (libertà classica).

Questa configurazione concettuale credo rappresenti il cuore di qualunque prospettiva socialista all’altezza della contemporaneità.

Un socialismo comunitario che oggi più di ieri è davvero l’unica opposizione e resistenza al golpe globale del Great Reset, capitalismo 4.0